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Formazione Esame di Stato Cos'è l'Esame di Stato Senso e funzioni dell'Esame di Stato
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Lunedì, 23 Aprile 2012 10:42

Senso e funzioni dell'Esame di Stato

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Senso e funzioni dell'Esame di Stato:
di Ombretta Okely

Tra la fine del percorso formativo e di studio e il lavoro tanto atteso e immaginato negli anni dell'Università, è d'obbligo normativo, almeno fino ad oggi, prepararsi ad affrontare un nuovo compito, l'esame di stato, che è preliminare all'ingresso nel mondo del lavoro. Senza esame di stato non ci si può iscrivere all'Albo e all'Ordine, né si puo' essere assunti in qualsiasi servizio, pubblico o privato, in qualità di assistenti sociali.

Si tratta di un "rito di passaggio",  quasi un rito iniziatico che attesta l'adeguatezza di quella persona a quel lavoro professionale: dato che è obbligatorio, senza alternative costringe a riprendere in mano libri e studio, a sottoporsi a nuovi esami scritti ed orali che, dopo la frequenza universitaria e la tesi, sembrano spesso (solo?) una modalità abbastanza ripetitiva e banale di mettere ostacoli all'ingresso nella professione.

Di fatto, forse, l'esame di stato è uno dei modi con cui la professione cerca di garantire una tutela a sè stessa, ai committenti, ai potenziali utenti: dopo l'università, ma prima del lavoro, c'è una zona grigia legata soprattutto alla costruzione di un'identità professionale che non di solo studio e teorie è fatta. L'esame, nonostante le differenze ben evidenziate da alcuni documenti di quest'area di ASit, è anche una verifica sostanziale sulla qualità dell'offerta professionale, e sulla qualità tecnica, metodologica, di spessore e competenza professionale delle persone che hanno terminato il percorso di studio. Solo dall'interno della professione, e in base a criteri che meglio dovrebbero essere scoperti, definiti, ricercati e diffusi, si puo' e deve valutare l'esito di un percorso e il risultato prodotto dall'Università. Dal punto di vista teorico e metodologico sembra un'azione semplice, che va prevista e pensata in maniera abbastanza articolata, mentre cio' che oggi si sa (anche dalle richieste che giungono ad ASit) è che su questo fronte si sono aperte molte crepe. Da un lato una grande fatica e difficoltà da parte dei "nuovi" ad affrontare l'ennesimo compito, segnato anche da ansie e paure, da senso di inadeguatezza e impreparazione, nonostante la laurea...

Dall'altro emerge spesso anche una sofferta inadeguatezza da parte di chi si trova ad operare (ma dall'altra parte) rispetto all'esame: l'area emotiva è, anche qui, attraversata da fatica per la scelta di criteri di valutazione, da ansia per i contenuti da proporre (facili? difficili? cosa devono sapere e cosa sanno? eccetera), ma, a volte, l'ambivalenza professionale/istituzionale rende anche più difficili ed improbabili le funzioni di controllo qualità, che possono diventare anche metodi punitivi o eccessivamente selettivi, orientati ad escludere invece che includere.

E' come se l'audit conclusivo, profondamente influenzato e segnato dal tema professionale attraversasse non solo i candidati, ma tutta la professione ancora incerta su di sé e sui contenuti tecnici, ma non solo, da valutare. Alcuni risultati delle commissioni francamente stupiscono, e ci si può interrogare sia sui criteri delle commissioni che sui criteri dell'Università: dopo 3/4 anni o dopo 5, il candidato è inaccettabile per la professione? In base a quali variabili non individuate in Università? Le due istituzioni si conoscono e comunicano tra loro? Il "prodotto" dell'Università può non avere valore fuori e nella professione? Tema davvero importante e che, in controluce, fa intravedere la torre di Babele in cui siamo immersi oggi.

Letto 4124 volte Ultima modifica il Venerdì, 27 Aprile 2012 23:04

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