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Formazione Esame di Stato Esperienze sull'Esame di Stato La mia esperienza di preparazione all'Esame di Stato
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Lunedì, 16 Maggio 2005 23:05

La mia esperienza di preparazione all'Esame di Stato

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La mia esperienza di preparazione all'Esame di Stato
di Yurena Trujillo Perez

Avevo appena superato il tanto ambito traguardo della tesi e mi dicevo ancora: non può esserci nulla al mondo dopo questo che non si possa superare! Ebbene sì, la tesi è stata una delle poche esperienze che nella mia vita mi hanno davvero tolto il sonno, immaginarmi lì da sola davanti ad una commissione era una cosa che letteralmente mi terrificava. Ma era già andata – e anche benino-  ed io mi sentivo già al settimo cielo. Solo che – come accade spesso nella vita-, quando credi di aver superato il traguardo ti rendi subito conto che quello era solo uno dei tanti scalini da salire, e così ho subito realizzato che le commissioni esaminanti non erano finite, anzi…avrei dovuto ripetere l’esperienza per ben quattro volte ancora! E senza la possibilità di prepararmi il discorsetto a priori! Che fare quindi? Da dove iniziare? Dovevano valutare se era “vero” che avevo imparato a fare l’assistente sociale all’università (ma si impara mai davvero? E si può davvero valutare in questo modo? Ma non bastavano i 32 esami? Lo so, lo so,  questo è un altro discorso…). Il fatto è che dovevano farlo facendomi un esame scritto sulla legislazione, un altro sul metodo, uno orale che riprendesse gli scritti ed infine un caso (aiuto!)…l’idea di un caso scelto a caso (scusatemi la ridondanza) mi faceva pensare che io dovevo –nel giro di 10 minuti- essere in grado di interpretare la parte di un assistente sociale di un qualunque servizio (dai minori all’ufficio di vigilanza), che dovevo dimostrare che ero in grado di farlo (ma sulla base di quale esperienza se ho finito la tesi l’altro giorno! L’esperienza del  tirocinio? Ma io di tirocini ne ho fatti soltanto due…e se mi capitava un servizio che non avevo mai conosciuto da vicino?) e di saper gestire con una certa competenza qualunque tipo di utenza mi venisse proposta. Ma gestire voleva dire anche conoscere tutte gli escamotage legislativi al  riguardo? E mi dicevo che non poteva essere possibile che loro pretendessero questo da me… No, non potevo cadere nella “trappola” di concentrarmi soltanto sullo studio di  contenuti legislativi e burocratici su ogni tipo di utenza,  non avevo tutto questo tempo! Doveva essere un altro il senso di questo esame, dovevo trovare un nesso che collegasse la professionalità dell’assistente sociale in qualunque tipo di servizio essa si trovasse. Che “cosa” fa di un assistente sociale quello che è aldilà del posto in cui lavora? Se mi concentravo su questo allora avrei potuto affrontare qualunque tipo di caso mi venisse proposto…almeno così ho pensato e sembra abbia funzionato. Ma andiamo per gradi.

COSA SIGNIFICA PER LO STUDENTE
Che cosa sia l’esame di stato e a che cosa serva anche dal punto di vista legislativo è già stato spiegato in questa stessa sede e anche molto bene, dal collega Ugo Albano.
Come vive però lo studente questo suo momento storico? Che significato ha? Beh, non lo so quanto il mio caso possa essere rappresentativo di qualcosa però sono certa di non essere l’unica che prima e durante la preparazione di questo esame si è fermata qualche millesimo di secondo per dirsi: Se superi questa soglia poi là fuori ti aspetta il mondo reale. Ecco la cosa che spaventa per davvero! (ma che stimola allo stesso tempo).
L’esame di stato, aldilà di questioni formali e burocratiche, rappresenta insieme alla laurea,   davvero un rito di passaggio forte e determinante. E’ il momento in cui  la società (attraverso il riconoscimento burocratico e formale), ti assegna la qualifica di  professionista. E’ il momento in cui il ruolo di ragazzo-studente diventa quello di adulto e collega, inserito a pieno titolo nella comunità professionale e scientifica. Wow! Suona bene ma spaventa tanto…almeno io così l’ho vissuta. Quella commissione non valuterà soltanto la mia capacità di realizzare uno scritto, ma mi restituirà se sono davvero in grado di entrare a formar parte del mondo professionale che si trova aldilà della soglia. Che enorme potere –mi dicevo- è stato dato a questa commissione. Ma le cose stanno – almeno per ora - così. 


UN PUNTO DI FORZA: L’ATTEGGIAMENTO MENTALE
Nonostante questo, trovo che sia importante per lo studente essere in grado di diventare, almeno per un breve lasso di tempo, il commissario di sé stesso (non me ne vogliano i commissari!). Ciò che voglio dire è che se da un lato lo studente  che si presenta alle prove, nonostante abbia superato tutti gli esami e la tesi vive davvero questa sua posizione di vulnerabilità nei confronti di chi “giudicherà” la propria idoneità professionale, dall’altra parte deve essere in grado di mettere insieme tutte le esperienze accumulate negli anni di studio precedenti valorizzandole come meritano e dandogli un senso (non si è così sprovveduti come ci si sente!!!)  cercare di “calarsi” nei panni non solo dello studente che ha imparato la lezione, ma di colui che proverà ad organizzare tutte le informazioni apprese per farne uso di fronte ad un determinato caso (lo avete già fatto nei tirocini!). In questo senso è utile nella preparazione ripercorrere non solo tutti i momenti formativi significativi, ma anche le motivazioni stesse che stanno alla base della propria  scelta professionale. Quanto ci si sente appartenenti a questo mondo? Sono in grado di pensarmi assistente sociale? Credo in questa professione e negli strumenti che mi offre per poter confrontarmi con quel mondo che è “il sociale” avendo una propria e concreta impostazione metodologica e teorica?
Questo lavoro su di sé  permette  di evitare   di porci davanti ad una qualunque domanda di esame in modo  “pappagallesco” rispondendo semplicemente con concetti memorizzati e vuoti ma che non ci “appartengono” (e credetemi che queste cose all’esame passano!). Così, se mi verrà chiesto ad esempio qualcosa sul processo di aiuto, non devo dimostrare soltanto di aver memorizzato alla perfezione tutte le fasi, ma sarò in grado di illustrarlo con esempi, con punti di vista personali e anche critici, di cogliere le peculiarità del caso che mi viene proposto, facendo emergere quanto quell’aspetto metodologico sia davvero venuto a formar parte integrante del mio bagaglio culturale e professionale. In definitiva, le conoscenze teoriche sono già state “valutate” negli esami all’università, l’esame di stato se ha un senso di esistere è proprio quello di cogliere gli “atteggiamenti professionali” acquisiti, cioè, come lo studente è in grado di saper organizzare l’insieme delle teorie e le conoscenze acquisite.


GLI SCRITTI
Una cosa che mi ha molto tranquillizzato all’esame di legislazione è stato sapere che mi era concesso di portarmi una cartelletta con tutte le leggi e decreti legislativi riguardante il sociale. Ma come? –direte- si copia? Ovviamente no, ma dato che – come veniamo dicendo – quello che viene valutato non è tanto un apprendimento teorico quanto una capacità di organizzazione delle idee e di riflessione sulle leggi stesse, la commissione ci “facilita” - si fa per dire - il compito, permettendoci di consultare le fonti. E questa, credetemi, è una gran bella cosa. Quanto meno fa sentire più sereni. Quindi, prima cosa da fare: raccolta (scaricando da internet quelle che non avete sotto mano, chiedendo in prestito allo studente più secchione della classe che di sicuro le ha già tutte…fate voi) di
Commento: un buon libro sulla riforma dell’assistenza: R. Maggian, Il sistema integrato dell’assistenza, Carocci, Roma 2001
tutte le leggi socio-sanitarie (almeno da dieci anni a questa parte) suddivise per aree (handicap, tossicodipendenza, minori, psichiatria…). E poi ovviamente la legge quadro (che dovete conoscere molto bene oltre che leggi regionali più significative della vostra zona.
La domanda che verrà scelta  (senza possibilità di ritorno), farà senz’altro riferimento ad una legge o un dibattito legislativo in corso. Probabilmente appena verrà letta dal presidente della commissione vi sembrerà che arrivi da Marte… Niente panico, respirate profondamente e pensate che avete a disposizione abbastanza tempo per rispondere e per ragionarci su. Quindi il lavoro va pianificato. Non fatevi prendere dall’ansia della risposta! Va riguardato bene il titolo. Letto e riletto  bene per poi scrivere  quali sono secondo voi, i punti  e le connessioni effettivamente richieste. Badate bene alle parole che vi fornisce il titolo, sono indicazione del metodo di lavoro! Quindi se vi chiedono di “confrontare” tenete conto che vi si sta chiedendo di esaminare parallelamente due fenomeni, se vi si chiede “indica, esponi”, dovrete presentare un quadro completo ed obiettivo…se vi si chiede “individua” dovrete mettere in evidenza, sottolineare, fare emergere l’importanza di uno o più aspetti del problema.
Dopo l’esame del titolo se lo ritenete opportuno andatevi a riguardare la legge o le leggi  a cui fa riferimento la domanda cercando di centrare gli aspetti che vi vengono chiesti (se si tratta di un articolo specifico, di una data prevista dalla legge stessa, le indicazioni suggerite). Sottolineate, meditate bene sul tipo di riflessione che “l’esaminatore” ha voluto indurre ponendovi quel quesito. A questo punto fate proprio un brain storming con tutte le cose che il titolo vi suggerisce, non abbiate paura, scrivete nel foglio in brutta tutte le idee e i concetti che vi passano per la testa.  Datevi tempo per questa operazione. Scrivete quelle che per voi possono essere le connessioni possibili, i pensieri, i punti da focalizzare…A questo punto siete a metà dell’opera. E’ il momento di preparare una scaletta mettendo in ordine e dando senso a questa raccolta di idee, normative, esperienze ricollegabili alla domanda…Alcune verranno scartate, altre verranno messe per prima o riprese verso la fine, insomma, dovete ipotizzare la forma che volete dare al testo. Una volta pronta la scaletta potete scrivere il vostro tema senza il rischio di tralasciare concetti o di scriverli in modo confuso. Mi raccomando alla presentazione, deve essere leggibile!
Questo discorso vale ovviamente per i due scritti. Per quanto riguarda  lo scritto sulla parte di metodologia, una cosa importante è quella di citare – nel limite del possibile- degli esempi pratici che avete vissuto nel tirocinio. Se per esempio vi verrà chiesto quali sono le fasi della progettazione, cercate di ricordare se avete assistito o partecipato in prima persona a dei progetti durante la vostra esperienza formativa o in ambiti esterni alla scuola quali volontariato e via dicendo. Come sono state applicati i concetti teorici da voi appresi? Quindi, nella scaletta che farete mettete in ordine prima i concetti teorici ma badate a ricollegarli, sempre nella misura del possibile, parallelamente con la vostra esperienza diretta. Insomma, la cosa importante è che voi dimostriate che avete davvero “appreso” i concetti essendo in grado di utilizzarli in modo pratico.


GLI ORALI
Abbiamo superato le prove scritte ed il nostro fegato ha retto la prova. Cosa ci sarà di peggio nella vita? GLI ORALI. Ma anche qui, niente panico. Pensate che uno di questi orali andrà a riprendere quello che avete già scritto per cui è come sapere a priori la domanda. Quindi se durante lo scritto vi siete accorti di essere un po’ impreparati su qualche punto o avevate dei dubbi, andatevi a ripassare proprio quei concetti incerti. Riprendendo gli appunti al riguardo, chiedendo ai compagni e confrontandovi sulle risposte altrui potete arrivare all’esame con le idee molto chiare.


IL CASO SCELTO A CASO
Ecco una delle prove che –almeno per me- risultava più inquietante.  La prima cosa che ci viene in mente è: “Se mi chiedono come è fatto il modulo per la richiesta della carrozzella di un invalido ed io ho fatto il mio tirocinio al Ser.T che cosa dirò? Farò scena muta? TERRORE. Ci immaginiamo le domande più ricercate e macabre o proprio quelle che non sappiamo per nulla.  Ma come dicevamo all’inizio, una specie di “trucco” potrebbe essere quello di pensare che ci deve essere qualcosa nella professionalità dell’assistente sociale che si occupa di handicap che l’accomuni a  quello che lavora al Ser.T o al CPS. Ed ecco che  se io sono preparato sulla conoscenza di questo “comune denominatore” posso essere in grado di  “immaginarmi” con più serenità in un qualunque tipo di servizio o caso mi venga proposto. Le caratteristiche del processo di aiuto, i concetti di progettualità, di rete, di empowerment… sono i  medesimi in qualunque tipo di servizio l’assistente sociale si trovi ad esercitare la sua professionalità. Le cornici burocratiche ed organizzative peculiari di ogni istituzione, per quanto importanti esse siano,  non sono ciò che definiscono i contenuti professionali . Se tenete presente questo, eviterete di cadere in una importante trappola. Inoltre va ricordato che verrà valutato l’atteggiamento professionale che avete di fronte agli utenti e non tanto le risposte in sé. Quindi date molta attenzione a questioni come:  La apertura all’accoglienza delle domande e la non eccessiva fretta o ansia nel voler fornire le risposte (non siete distributori automatici!), l’impostazione della relazione d’aiuto, quanto tempo dedicate alla  conoscenza e la comprensione del problema. Di solito, quando si è sotto esame siamo abituati a ragionare con la logica di domanda-risposta e si rischia di saltare proprio questa fase esplorativa.  Ma noi andremo a lavorare con persone ed ogni caso che incontreremo sarà caratterizzato da  spunti importantissimi che sono quelli che lo rendono peculiare e diverso da qualunque altro. In questo senso, una risposta possibile in una determinata circostanza potrebbe essere: “non costruirei subito un progetto ma mi darei del tempo per capire meglio la situazione ed andrei ad approfondire con la persona gli aspetti che ora elencherò (…) e mi serve saperli per i seguenti motivi (…).  Dimostrare attenzione a queste cose, cercare nella persona stessa e nella sua rete - attraverso lo stabilirsi di una relazione significativa -  le risorse che porta con sé insieme al suo  bisogno, può risultare molto più efficace che ipotizzare soluzioni irrealistiche e “da manuale”.  In fondo, è proprio questo margine di creatività, - supportato da un metodo di aiuto ben conosciuto -, ciò che rende così affascinante la nostra professione.
Un grande in bocca al lupo ai futuri colleghi!

Letto 2847 volte Ultima modifica il Venerdì, 27 Aprile 2012 22:53

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