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Professione Dove va la professione? Continuiamo a riflettere sulle politiche sociali e sul ruolo del Servizio Sociale
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Mercoledì, 16 Novembre 2011 22:10

Continuiamo a riflettere sulle politiche sociali e sul ruolo del Servizio Sociale

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di Franca Dente, Silvana Tonon, Gloria Pieroni

A distanza di alcuni mesi dalla conclusione del nostro mandato ci sembra importante non disperdere il contributo di riflessione prodotto dal precedente consiglio del Cnoas, proseguire nel confronto su tematiche di grande interesse per il servizio sociale, non lasciar cadere nel vuoto l'esperienza da noi maturata, gli spunti prodotti e il lavoro fatto. L'obiettivo è contribuire alla crescita e al rafforzamento della professione coinvolgendo il maggior numero di colleghi, di studenti in servizio sociale, e di altri interessati al tema.

Le riflessioni alle quali ci riferiamo, hanno trovato una prima composizione nel documento pubblicato sull'ultimo organo di stampa del Cnoas "Riflessione sul servizio sociale oggi" (Assistente sociale. La professione in Italia, 2/2010), che riteniamo possa costituire la base per allargare il dialogo e il dibattito alla comunità professionale. In tale documento si delineava il quadro di cambiamenti politici, culturali ed economico sociali che costituiscono il contesto in cui oggi la professione si trova ad operare.

varie_057Lo sfondo è una crisi mondiale che ha profonde ricadute nel nostro Paese, con inevitabili ripercussioni anche sulla realtà e operatività delle professioni sociali e, fra queste, sul servizio sociale.

Il progressivo smantellamento del sistema di Welfare e dei diritti sociali è avvenuto e sta avvenendo nel più totale silenzio, in un clima di rassegnazione e di assuefazione non solo di chi non ha voce, ma anche da parte di chi di questi temi si occupa o si deve occupare.

Alla luce della contrazione delle risorse e delle restrizioni connesse alla sempre più grave crisi economica, su cui si vanno ad aggiungere i tagli dell'ultima finanziaria, il servizio sociale si trova ad affrontare una emergenza sociale determinata dall'aumento della condizione di povertà e di disagio delle persone e delle famiglie, dal contestuale arretramento dello Stato e dei servizi pubblici, con la conseguente perdita di servizi di sostegno e di accompagnamento alle famiglie e di credibilità delle Istituzioni.

Le politiche sociali interessano tutti noi, le nostre famiglie, i nostri giovani, i nostri minori e i nostri anziani, e ci accorgiamo delle loro carenze o della loro assenza quando non si è in grado di far fronte da soli a bisogni e disagi in cui possiamo tutti incorrere.

La crescente disattenzione alle politiche sociali, insita in una specifica visione politica del bisogno e del disagio, pone sicuramente un problema alla professione che deve chiedersi come e in quale direzione muoversi. Rispondere a tali domande può essere per il servizio sociale occasione per ritrovare le radici del proprio agire e della propria missione, recuperando ma anche rivedendo, la vision, che ha caratterizzato la nascita del servizio sociale in Italia.

E' utile immaginare che la crisi economica e la scelta dello Stato di non investire nel sociale, ponga alla professione, forte e matura dei suoi più di sessant'anni di presenza in Italia, la necessità ineludibile di riflettere sul senso della sua esistenza, riconfermando l'impegno di non abbandonare il suo ruolo di grande alleato della persona.

Di sicuro, il servizio sociale deve cambiare la prospettiva del proprio lavoro, non più soltanto come una "longa manus" dello Stato a tutela dei diritti costituzionalmente riconosciuti, ma, in senso più ampio, promotore di benessere e di legami sociali tesi a favorire coesione sociale.

A questo proposito i professionisti del sociale possono contribuire ad accompagnare un cambiamento radicale dei servizi, aprendoli al territorio e alla partecipazione attiva della società civile e dei soggetti destinatari delle prestazioni.

Riflettere, quindi, sul proprio lavoro e far diventare l'operatività un'occasione per costruire pensiero; aprire il baule della professione e riscoprirne le radici, le risorse; ritrovare la motivazione e la consapevolezza delle potenzialità della professione, il senso del proprio lavoro, l'impegno e la convinzione di agire per il bene comune.

Il processo di professionalizzazione del servizio sociale è ormai da ritenersi concluso. Si deve ora puntare su una maggiore autonomia e flessibilità della professione che deve muoversi tra legami, nessi, connessioni tra una pluralità di soggetti pubblici e privati, coniugando e unificando valori, principi, obiettivi, contenuti e linguaggio, contribuendo a promuovere responsabilità e coscienza pubblica.

Su queste riflessioni sono state raccolte prime opinioni di assistenti sociali, docenti e esperti di servizio sociale a nostro parere utili alla prosecuzione e all'arricchimento della riflessione stessa.

"Vedo - sostiene Annamaria Campanini - in questo momento l'urgenza irrinunciabile di svegliare le coscienze dei colleghi, di costruire una massa critica di pensiero e di azione rispetto alle politiche sociali, alle modalità operative, che configuri, come dall'estero ci viene suggerito, una dimensione di policy practice che, onestamente, nel nostro paese è totalmente disattesa".

Continua interrogandosi "E' presente in Italia una comunità professionale che si riconosca come tale?, radicata e ramificata nel territorio? Capace, come dite nel documento, di essere soggetto collettivo attivo e propositivo? Non mi sembra proprio. Continuo a vedere singoli impegnati, nella migliore delle ipotesi, nelle loro battaglie quotidiane o asserviti a logiche esecutive e collusive con amministrazioni asfittiche che hanno ridotto la professione ad un burocratico distributore di miseri aiuti assistenziali."

Ancora su questo aspetto, Luisa Spisni sostiene: "La situazione attuale entro cui siamo precipitati, e che ci coinvolge come cittadini prima e come professionisti assistenti sociali nei tanti ambiti del cosiddetto sociale - non ci consente di avere remore o atteggiamenti attendisti rispetto alle (non)politiche nel sociale, a tutti gli attentati alla dignità e dintorni, .... Se siamo sempre alla ricerca della nostra identità nella società in trasformazione, forse la smarriamo del tutto proprio quando tali trasformazioni si scontrano apertamente e indiscutibilmente con quei diritti universali a salvaguardia della persona che sono alla base del mandato professionale?"

Continua Spisni, "Occorre a mio parere mettere a fuoco, dare consistenza e voce al "senso" della professione oggi, perché altrimenti perdiamo titolarità al ruolo che vorremmo avere, che dobbiamo avere in base ai fondamentali della professione. Forse altri lo fanno già al nostro posto, e allora sì che possiamo pensare di prepararci per altra funzione. Le professioni tacciono, pur di fronte a questo sfacelo della conduzione della cosa pubblica, ma se c'è una professione che ha tutto da perdere a tacere, quella è la nostra! La crisi che sta attanagliando la società si ripercuote sulle reali possibilità dei servizi sociali di far fronte a un disagio più consistente e complessificato, posto anche che la vulnerabilità colpisce estese fasce di popolazione precedentemente più garantite. Il silenzio delle professioni sociali in merito é paradossalmente "assordante" e convengo sulla necessità di individuare strategie comunicative efficaci per rappresentare la voce di chi é impegnato nella tutela dei diritti di tutti e, in particolare, dei più deboli."

Milena Diomede Canevini rincalza evidenziando che "i temi proposti alla riflessione e la loro gravità ed ampiezza, anche se debbono riguardare in primis una professione come la nostra, come giustamente nota il documento, non possono non riguardare tutte le professioni, sociali e no: quali voci abbiamo sentito levarsi dal mondo delle professioni? la voce degli avvocati in parlamento? che cosa ha detto e che cosa dice il CUP? Anche se ho appena finito di scrivere sul senso degli ordini professionali nella nostra società, in questo clima attuale sto seriamente dubitando della loro validità a servizio delle persone e della società piuttosto che di interessi corporativi".

In questo momento, interviene Ombretta Okely, "lo scenario sociale è confuso, contradditorio, immerso in una crisi che non è solo economica, ma culturale e di senso del vivere collettivo. La professione sociale rispecchia, purtroppo, la crisi del contesto in cui è immersa, di cui è testimone, con il lavoro spesso precario nei servizi, con la fatica e l'impossibilità di rispondere in modo adeguato a disagi ormai di tutti e che attraversano economia e vita quotidiana. I "nuovi" assistenti sociali cercano lavoro, si chiedono se e quando e come riusciranno ad inserirsi nel mondo del lavoro...mentre chi lavora vive esperienze solitarie e disagi nell'individuare la propria mission professionale in organizzazioni spesso allo sbando. La necessaria interdipendenza tra un "noi" professionale, che va praticato e sperimentato, e una visione d'insieme del nostro lavoro in questo contesto sociale e culturale sembra in cortocircuito: forse, ri/trovandosi a riflettere ed agire come professione "sociale", a partire da esperienze e saperi costruiti nel tempo, è possibile un cambiamento e una nuova ricerca di senso".

Marilena Della Valle trova opportuna la riflessione contenuta nel documento per diverse ragioni che prova a riassumere: "la comunità del servizio sociale (scientifica e operativa) lascia venire allo scoperto quella fragilità che Campanini rileva e cioè la mancanza di coesione, lo scarso senso di appartenenza e forse anche di identità che io tanto avevo avvertito nelle battaglie degli anni ottanta per il riconoscimento del titolo e la formazione universitaria e nel periodo successivo in cui sembrava che le veloci tappe del processo di professionalizzazione ci potessero consentire di investire sugli aspetti più sostanziali. Intravedo forti rischi di de-professionalizzazione, costituiti anche dall'attribuzione ad altri operatori di funzioni e compiti storicamente tipici del servizio sociale. Questo é reso possibile dalla fragilità del principio dell'esclusività (riserva) delle competenze, il cui rafforzamento dovrebbe essere perseguito, non solo, ma anche attraverso una giurisprudenza che potrebbe prodursi a seguito di iniziative giudiziarie messe in campo dall'Ordine nazionale. A fianco a ciò, va segnalato che in alcune realtà di un certo rilievo istituzionale, politiche repressive e/o l'impianto managerialista, stanno svuotando di significato la presenza di questo professionista nell'ente, senza che i gruppi professionali coinvolti riescano ad esprimersi in merito alle conseguenze di queste operazioni, se non attraverso modalità lamentose o sterilmente difensive."

Conclude Della Valle "Il quadro che tratteggio é impietoso, ma ritengo che il Servizio sociale sia in mezzo a un guado da cui potrà uscire rafforzato se troverà la necessaria coesione su questioni cruciali e prioritarie, valorizzando le sue potenzialità, riconoscendo i limiti che si deve impegnare a superare, impegnandosi per la qualità della professione proprio in un momento di contrazione di risorse materiali e gettando il guanto della sfida rispetto alla sua mission più alta, quella di generare legami, risorse relazionali, comunitarietà e, ancora, di dare forma alla responsabilità di tutelare i diritti umani e sociali, in primis all'interno della propria attività, delle organizzazioni in cui opera e della propria comunità. Se non sapremo lanciare questa sfida...chi ci osserva nel guado ci vedrà affondare e scomparire.

Già da queste prime sollecitazioni emerge chiaramente come, in questo scenario, molte possono essere le dimensioni della realtà del servizio sociale, inteso come disciplina, come meta-istituzione e come professione, su cui intensificare la riflessione e il dibattito nella comunità professionale.

Molte, quindi, le piste di riflessione. Fra queste si coglie subito la necessità di formare un professionista A.S. che sia in grado di assumere e utilizzare la dimensione politica come parte integrante del proprio operare e non "avviarsi", come sostiene Paola Rossi, con la nostra complicità:

  • a diventare subalterno ed esecutore di politiche sempre più asfittiche, di servizi deprivati di risorse;
  • a essere nulla più che una funzione dei servizi, in cui ci sia competenza nell'applicare, ma assenza di iniziativa e capacità propositiva politicamente qualificante, come si conviene a una professione che sia e si riconosca tale. I servizi tornano indietro di decenni ma noi non proponiamo nulla. La professione più che di riconoscimenti formali ha bisogno di esercitare un ruolo nella società attuale, di dire e proporre, di farsi riconoscere con proposte innovative.

Il tema della formazione ci è apparso un tema importante su cui riflettere, anche perché è ritornato alla ribalta un movimento che ripropone vecchie questioni e proposte.

La formazione costituisce un punto di fondamentale importanza per costruire competenza, per alimentare conoscenze e affinare abilità, che, per un professione come la nostra, determinano esiti più o meno efficaci sulle persone, gruppi e comunità.

La formazione di base e quella continua, vista la seconda come laboratorio di manutenzione professionale, sono i pilastri che consentono di crescere professionalmente, aiutano a promuovere ricerca e innovazione, a elaborare esperienze, a rinforzare la legittimazione politica e sociale, legittimazione che si può conquistare con interventi pertinenti e di qualità.

Ora, le proposte sulla formazione di base contenute nel programma elettorale dell'attuale CNOAS, pubblicizzate su vari siti, hanno suscitato in molti di noi, in gruppi di AAss e di studenti, perplessità per i cambiamenti radicali proposti sia in ordine al percorso formativo che alle titolazioni individuate per le due sezioni dell'albo professionale.

L'attuale CNOAS ripropone questioni vecchie, a distanza di 10 anni e, a nostro parere, sembra dimenticare quanto nel corso di questi anni è successo, come si è strutturata la professione nel contesto italiano, le richieste del mercato del lavoro ma anche il contesto politico e normativo attuale, fortemente penalizzante per l'Università in generale e per la formazione degli assistenti sociali in particolare, per i gravi vincoli economici posti, i requisiti di docenza necessari per l'attivazione dei corsi, l'assenza di investimenti in termini di concorsi per ricercatori e associati.

Ci sono noti, per averli vissuti in prima persona, i problemi e i conflitti tra assistenti sociali che precedenti atti normativi (il DPR 14/1987, il DPR 328/2001) hanno determinato, in un periodo peraltro di grande attenzione alla formazione universitaria e di volontà/azione di legittimazione formale della professione. Sono ancora vivi i ricordi delle lacerazioni prodotte e delle proteste sollevate. In quel periodo l'Ordine nazionale e le diverse associazioni rappresentative della professione (Assnas, Sunas, Aidoss) hanno dibattuto i problemi, cercando di trovare la soluzione più congrua e, soprattutto, fattibile anche alla luce dell'esperienza europea. Il dibattito promosso in fase di costruzione del DPR 328/01 all'interno della comunità professionale, ha visto posizioni contrapposte, ma ha portato poi a fare scelte rispondenti al contenuto di tale decreto.

In particolare, il dibattito in sede di costruzione della riforma universitaria (D.M. 509/99) è stato molto acceso nella definizione delle classi di laurea e laurea specialistica per il Servizio Sociale tra i sostenitori di un percorso formativo proiettato ai criteri europei, individuati nelle direttive indicate dal processo di Bologna, quindi con i due livelli di formazione, con un maggiore rafforzamento/centratura nella laurea specialistica su contenuti professionali e disciplinari di servizio sociale, e chi invece sosteneva la necessità di un secondo livello di formazione vincolato al primo e più incentrato su contenuti manageriali.

Tale scelta, che assumeva in quel momento storico grande importanza in quanto finalmente vedeva la formazione dell'assistente sociale e le discipline di S.S. legittimamente e unicamente inserite nel mondo accademico, dopo anni di aspettative, ha di fatto determinato i contenuti e le scelte del DPR 328/01 sugli esami di Stato.

E' importante sottolineare come allora fosse forte anche la volontà di avere un percorso formativo specifico di 5 anni, o i due livelli di formazione vincolati tra di loro (i documenti agli atti del Cnoas e delle varie Organizzazioni lo testimoniano). Le scelte fatte sono state una risposta ai molteplici interrogativi posti sia rispetto alle aspettative, sia rispetto al mercato del lavoro e alle difficoltà, da parte del mondo accademico, di cogliere i punti nodali della professione e la specificità della sua formazione.

La riforma ha sicuramente tradito, in parte, le aspettative di una formazione forte, mettendo in luce criticità in relazione alla presenza significativa delle discipline di servizio sociale, all'attivazione dei tirocini, agli apporti interdisciplinari. Non dobbiamo però dimenticare la nostra condizione di debolezza all'interno dell'Università, per la carenza di docenti incardinati e una presenza rilevante di docenti a contratto.

Un primo momento propizio per modificare, almeno in parte, l'assetto uscito dal DPR. 509/99, si è presentato con la costituzione dei tavoli tecnici presso il Miur (cui ha fatto seguito la riforma n. 270 del 2004), in cui è stato possibile recuperare alcuni fondamentali requisiti formativi nella nostra nuova classe di laurea e laurea magistrale (classe n. 39 e classe di laurea magistrale n.87) come ad es. l'indicazione, tra gli ambiti disciplinari, delle discipline di servizio sociale, la previsione di crediti formativi minimi per il tirocinio, le modalità di attuazione dello stesso, la modifica della titolazione e degli obiettivi formativi della Laurea Magistrale.

Un secondo momento favorevole si è presentato nell'anno 2004/2005, quando il Ministero dell'Università manifestò la volontà di rivedere il decreto sugli esami di Stato. In quella occasione si intravide la possibilità di inserire ulteriori aggiustamenti che consentissero una maggiore tutela della qualità formativa per il servizio sociale, ma il progetto non andò in porto per la conclusione del mandato governativo.

Se negli anni 1999/2001 era sicuramente più fattibile ("più fattibile" non è detto facilmente realizzabile) un posizionamento del livello di formazione completo dell'assistente sociale alla laurea specialistica, poiché c'erano i presupposti di un riforma ancora in fase di definizione (definizione delle classi di laurea prima e del decreto sugli esami di Stato dopo, con una norma transitoria prevedibile), oggi, dopo dieci anni dal DPR 328/01 e una implementazione della riforma universitaria che ha visto due processi di revisione del sistema universitario (il D.M. 509/99 e il D.M. 270/04) e una nuova legge di riforma dell'università (L..n.240 del 30.12.2010), risulta quanto mai complessa la riproposizione di argomenti che hanno già prodotto lacerazioni dolorose e contestazioni forti, come quelle nate nel periodo storico del DPR 14/87.

Non va dimenticato l'orientamento del MIUR per la riduzione drastica dei raggruppamenti disciplinari autonomi che, nei lavori di revisione e ridimensionamento recentemente completati, ha consentito al precedente Cnoas solo l'indicazione di nuove discipline di servizio sociale nel macro raggruppamento di sociologia generale.

I motivi che erano allora alla base delle contestazioni, oggi andrebbero esaminati alla luce dei mutamenti intervenuti in questi dieci anni. Noi riteniamo necessario che ai molti interrogativi sia dato seguito, aprendo un'ampia discussione nei molteplici ambiti della professione, tra i diversi soggetti interessati.

Per esempio, la proposta del CNOAS di cambiare la titolazione delle sezioni B dell'albo, in "tecnico" attribuendo il titolo "unico" di "Assistente sociale" a chi proviene dalla laurea magistrale (il precedente CNOAS aveva richiesto al Ministro della Giustizia di uniformare la titolazione della sezione B dell'albo alle altre professioni contenute nel DPR 328/01 in "assistente sociale junior"), se non assicura una sanatoria per tutti e la sua fattibilità, come potrà conciliarsi con:

  1. la collocazione della maggior parte della professione nella sezione B che, in caso di modifica, si vedrebbe declassata?
  2. il mercato del lavoro che ancora oggi assorbe buona parte dei laureati di 1° livello?
  3. la posizioni dei tanti assistenti sociali che nel frattempo si sono attivati per acquisire un livello di laurea specialistico/magistrale e che vogliono veder riconosciuto questo sforzo?
  4. l'atteggiamento del Ministero dell'Università, sordo ad ogni sollecitazione che dovrebbe verosimilmente accettare di proporre una revisione del percorso formativo e una sanatoria per tutti?
  5. la richiesta di chiarezza degli studenti che stanno frequentando un percorso formativo triennale, che li porterà ad acquisire un titolo di studio di cui si prospetta una vanificazione?

A dieci anni dalla riforma, in cui i due livelli di formazione rappresentano per la maggioranza delle professioni la maggiore novità, numerose sono le critiche avanzate da più parti, ultima la ricerca sulle professioni intellettuali effettuata dal CUP e una nota della Corte dei Conti che dichiara fallimentare la riforma universitaria. Gli aspetti che vengono presi in considerazione sono molteplici, alcuni attengono in generale a tutte le professioni, altri sono più specificamente riferibili alla formazione pregressa, agli ambiti lavorativi, all'inserimento, per professioni consolidate, di "nuove"figure intermedie .

Alla riforma va attribuito un processo di proliferazione di percorsi formativi, in particolare per il 1° livello, con pochi o nulli riferimenti al mercato del lavoro; un eccessivo decentramento delle sedi, una presenza abnorme (in assenza di un piano di concorsi adeguato alle nuove esigenze) di docenti a contratto. L'università non ha in primis corrisposto ad un aspetto qualificante previsto dalla riforma e cioè a un raccordo, una sinergia forte con il mondo del lavoro, con le professioni, per modulare l'offerta formativa sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo.

Molte di queste valutazioni negative sono senz'altro riferibili anche al servizio sociale: decentramento di sedi e assenza di docenti incardinati necessari per le discipline di base, conseguente necessità di docenti a contratto non solo per le discipline di servizio sociale; difficile raccordo fra il mondo del lavoro e la professione per l'effettuazione dei tirocini e per l'individuazione degli elementi significativi della formazione, disparità tra università rispetto agli accessi (numero programmato e accesso libero),etc.

A questo proposito, Marilena Della Valle, afferma "in ambito universitario sembra essersi drammaticamente arrestato quel processo inclusivo che, pur lentamente e in misura sempre parca, ha consentito l'incardinamento di (troppo pochi) professori e ricercatori provenienti dalla professione. Questo arresto è preoccupante anche perché può vanificare i risultati raggiunti, visto che le poche presenze rischiano di vivere, di viversi e di essere vissute come monadi in condizioni di isolamento e marginalità all'interno dell'accademia, proprio per il fatto di essere un numero così ridotto. Il rischio è che per ovviare a questa faticosa percezione e per acquisire potere o perlomeno visibilità, si abbandonino temi di studio attinenti la specificità del servizio sociale per dedicarsi a quelli che maggiormente consentono l'integrazione nella comunità disciplinare maggioritaria""

Per quanto attiene i due livelli, anche altre ricerche evidenziano come, stante la possibilità di accedere con una certa facilità al mercato del lavoro con la laurea triennale, siano minori (rispetto ad altri percorsi formativi, vedi i dati di AlmaLaurea) gli assistenti sociali che si iscrivono alla laurea specialistica/magistrale che, peraltro si caratterizza, in generale, per limitati contenuti professionali.

Le criticità evidenziate nella formazione di base hanno fondamento, ma i mutamenti radicali della sua articolazione proposti dal CNOAS devono essere dibattuti con la comunità professionale e valutati alla luce della loro fattibilità e degli effetti che essi possono produrre.

Sicuramente, vanno individuate nuove strade e nuove strategie per migliorare il livello formativo della professione, al fine di evitare che a una diversa titolazione dei livelli corrisponda una formazione aspecifica, priva di apporti disciplinari significativi di servizio sociale (la situazione delle docenze a contratto che verranno via via eliminate e il difficile percorso dei concorsi universitari sono elementi di particolare gravità per la formazione al servizio sociale!), e tirocini professionali inadeguati nella effettuazione e nelle modalità "di accompagnamento".

Secondo Della Valle "la posizione dell'attuale Cnoas rispetto alla formazione universitaria pare perlomeno de-contestualizzata e nostalgica, non potrà che aggravare la situazione giacché avanza proposte del tutto impresentabili a qualsiasi tavolo competente. La stessa posizione in merito all'introduzione di un Albo per tecnici del sociale, sembra a Della Valle - in questo preciso momento e posti i rischi cui accennavo più sopra – favorire il paventato processo di de professionalizzazione, poiché consentirebbe agli enti (che già si dotano di figure contrattualmente meno dispendiose alle quali attribuire compiti (seppur attenuati) di servizio sociale e che possono farlo in mancanza della citata riserva di competenze) di ridurre la presenza di professionisti negli organici. A questo punto Della Valle ritiene utile sostenere, come fanno gli psicologi, l'obiettivo di un secco quinquennio, ma si tratta di capire se il momento complessivo (politico, economico) sia favorevole o meno."

Le questioni che abbiamo posto, anche alla luce delle esperienze e riflessioni che abbiamo maturato in questi anni nelle diverse sedi professionali, già arricchite dal contributo di alcuni colleghi, richiedono, come si è più volte sottolineato, il coinvolgimento il più ampio possibile della comunità professionale.

Occorre pensare ulteriori strade o azioni da intraprendere per raggiungere l'obiettivo di una migliore qualità della formazione accademica e tra queste per es. la revisione del decreto sugli esami di Stato che vincoli i due livelli formativi e una utile pressione per la sottoscrizione di un protocollo formativo tra CNOAS/MIUR/MINISTERO del WELFARE con l'istituzione del Dipartimento di S.S (in ambito accademico/formativo) come è presente in altri paesi europei.

Mettiamo a disposizione queste brevi note per avviare il dibattito, raccogliere punti di vista, riflessioni e proposte, con la convinzione che da questa auspicata coralità possano emergere indicazioni originali utili a orientare scelte e azioni conseguenti.

Riflessioni sul Servizio Sociale oggi

Riflessioni sul Servizio Sociale oggi, a cura del Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali. Articolo tratto dal notiziario del CNOAS n.2 anno 2010, pp.86-107

Autore CNOAS Sito Homepage Data 2011-11-10 Lingua  Italian Dimensioni 445.71 KB Download 3037

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