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Saperi Ladri di bambini Degli occhi che ci credono
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Lunedì, 26 Ottobre 2009 21:02

Degli occhi che ci credono

Scritto da  Christian Marino
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di Christian Marino

 

strega2Quali sono gli strumenti educativi migliori a nostra disposizione? Cosa possiamo utilizzare noi operatori del sociale per migliorare i nostri interventi con i ragazzi?

Ci riuniamo in giornate di formazione, in convegni, in seminari nei quali ci forniscono dispense corpose, talvolta pure troppo; dove slides ricche di schemi a cascata e statistiche tentano di fornirci qualche aiuto in un mestiere che è ogni giorno più dannatamente complicato.

Ma mi piacerebbe raccontarvi una storia, una storia dalla quale i miei colleghi ed io abbiamo capito (o meglio abbiamo avuto conferme) che alcuni tra gli strumenti migliori possono essere ... un pulmino, un etilometro, tanti sorrisi, tanta autoironia, buon tempismo, un cheesburger, un pacchetto di sigarette, un'autoradio, un po' di messaggi sul cellulare, del tempo a disposizione senza fretta, degli occhi che ci credono.

Ho la fortuna di occuparmi come assistente sociale, oltre che di territorio, anche di un progetto di educativa di strada. E al suo interno succede di incontrare i ragazzi nei "loro" luoghi, che non significa solamente il dove, ma anche il come e il quando.

Tra le tante attività portate avanti dai miei colleghi (e ormai amici) educatori, ho partecipato a un paio di uscite serali: uscite semplici (perché contrariamente a quanto sembra agli adolescenti va eccome di circondarsi di semplicità), quattro chiacchiere in birreria, magari decidendo anche di mangiare cena insieme al pub.

Il deor all'aperto riparava i tre tavolini che avevamo unito per riuscire a sederci tutti intorno, in modo da formare quasi un cerchio.

Sia prima che dopo questa esperienza, più volte la posizione di assistenti sociali che lavorano con noi, di qualche responsabile, di altri operatori, è stata quella di prendere le distanze da una simile scelta di intervento: "Che bell'esempio stare in giro la sera a bere birra con i ragazzi" - "Così facendo non si distingue più il confine tra operatori e utenti" - "Vi pare questo il modo di lavorare? Non c'è nulla di positivo in ciò che fate, anzi può soprattutto essere deleterio".

Saremmo dei grandi ipocriti se proprio in questa circostanza venissimo meno al mettere in pratica la dimensione dell'ascolto verso questo tipo di opinione (e poi sappiamo, nonostante un po' di sana testardaggine ci appartenga, che anche un orologio fermo segna due volte al giorno l'ora esatta...): ci siamo quindi domandati se questi interrogativi e dubbi avessero ragione di esistere. E cosa ci siamo risposti? Che il nostro punto di vista era ovviamente diverso ma era comunque nostro compito rendere più chiaro e convincente che credevamo di essere nel giusto.

Potrebbe risultare scontato o qualunquista ma non per questo ci si può sottrarre alla riflessione che i fenomeni mediatici e l'atteggiamento medio della nostra società incidono purtroppo in modo determinante sulle aspettative e sui valori che vengono letteralmente "gettati" addosso ai ragazzi: e forse oltre a farci sorridere devono anche farci soffermare un momento le interviste per strada rivolte ai quindicenni che alla domanda "quali valori avete?" rispondono "due pezzi da venti" oppure "tra scarpe, jeans e borsa direi un buon quattrocento, mi sembra già buono no?".

Ma perché questo? Perché forse come abbiamo sentito centinaia di volte "conta solo l'apparire"? Forse è qualcosa di più, qui sì si tratta di qualcosa di più complesso.

Non è solo la mera apparenza, ma il fatto che apparenza sia uguale a immediatezza; l'apparire si coglie in tre/quattro secondi. Se una persona è vestita bene o male, pettinata alla moda o meno, i nostri occhi lo colgono pressoché in tempo reale quando incontrano questa persona. Per tutto il resto serve invece tempo, più tempo. Ma ai ragazzi questo tempo viene concesso? E già in questa frase pure noi, che ci riteniamo in grado di star loro accanto, ci siamo fatti fregare dalle parole: concesso. No! Sa di concessione, quasi di elemosina. La domanda corretta è: ai ragazzi questo tempo viene garantito? Sì esatto, garantito, non è forse un loro diritto, uno dei primissimi tra l'altro?

"Non sempre" ci viene da dire se ci siamo svegliati ottimisti; "quasi mai" se invece è una giornata più nuvolosa-pessimista-realista.

E quindi non è così strano che tanti dei "nostri" ragazzi misurino le loro vite in termini di euro, di stile, di successo.

Sta a noi riabituarli (se non insegnar loro) a interpretare la vita che stanno vivendo secondo altre unità di misura.

Ebbene, scusate il dilungarci ma tutto questo solo per tentare di spiegare che il bene più prezioso che si poteva tenere in mano in questa tavolata di educatori e ragazzi, che ridevano e parlavano e raccontavano loro stessi di fronte a qualche birra e qualche focaccia, era proprio un tempo di qualità speso tra di loro.

E serve farlo così, alle nove di sera di un venerdì e non alle tre di pomeriggio in ufficio; e serve farlo dopo essersi ritrovati in piazza ed esser saliti su un pulmino insieme, dove non poteva esserci silenzio o canzoni di Battisti e Celentano, ma un'autoradio che ad un volume sufficientemente alto sputava fuori musica house; e serve dirigersi verso un pub che abbia almeno un po' di fascino e non ritrovarsi nei locali dove si fa catechismo (magari poi stupendosi che su dieci ragazzi che avevano detto sì, solo due si sono presentati... ma uno dei due era il figlio della catechista).

Il bello di una serata del genere è la contaminazione che viene a crearsi. Di fianco a me, a destra, avevo un'educatrice di strada che è anche responsabile degli oratori di una città a noi vicina; a sinistra un educatore che lavora in strada, ma è anche educatore di territorio ed ha in carico la situazione di Andrea. Chi è Andrea? Andrea è la persona che ho davanti: 17 anni, due anni di comunità minori, ora tornato a casa da qualche mese. Il suo percorso è stato fantastico (sì sì, fantastico): e durante la serata al pub, lui che è al terzo anno dell'alberghiero, se ne è uscito chiedendo se avessimo a disposizione dei locali perché gli sarebbe piaciuto provare ad insegnare a cucinare ad alcune persone che volevano fare un corso, ma non sapevano a chi rivolgersi. Si tratta di un ragazzo che non più di due anni fa minacciava con un coltello compagni di scuola e stava per finire pericolosamente nel mondo delle sostanze. E in comunità, educatori come noi, hanno intuito che portarlo a suonare la batteria sarebbe servito di più che andare dallo psicologo...

Ohi ohi, calma: non voglio attirarmi le ire di tutto l'Ordine degli Psicologi, né sostenere che non serva fare colloqui tradizionali in ufficio tra assistente sociale e minori. Ma dico anche che non dobbiamo sottrarci alla possibilità di pensare che esista anche altro.

Che se è vero che ad una prima impressione una tavolata di educatori e ragazzi che bevono birra può non sembrare così differente da un sabato sera qualunque del mondo degli adolescenti, osservando più attentamente, ascoltando i discorsi al tavolo, leggendo gli sms che arrivano sui cellulari degli educatori la mattina dopo l'uscita serale si può capire che...

...che sorridere a un ragazzo triste è il miglior modo per convincerlo che non ha disimparato a sorridere anche lui...

...che può darsi che per qualcuno dei ragazzi la serata non sia stata nient'affatto significativa, oggi: ma il ricordo della stessa potrebbe "fermentare" per un tempo indefinito e maturare anche quando ormai non ci si pensa più...

...che la ricerca della felicità è un lavoraccio e che non siamo noi a poterne garantire il lieto fine: possiamo però "esserci" mentre i ragazzi percorrono questo cammino...

...che dividere a metà un cheesburger con un ragazzo può essere per lui o per lei un segno molto più tangibile di mille parole...

...che bere una birra insieme a degli adulti, parlando anche di come è stata prodotta e poi sperimentare un etilometro e conoscere quale sia la sensazione che il nostro corpo e il nostro cervello ci trasmette dopo un'assunzione che resta sotto gli attuali limiti di legge, è molto differente dallo sbronzarsi con gli amici fino a non ricordare nemmeno più quanti bicchieri vuoti sono rimasti sul tavolo...

...che non dobbiamo cadere nel tranello di pensare che se un ragazzo non parla molto o non ci dimostra verbalmente che quel momento gli è piaciuto, allora il nostro intervento non è servito: non siamo cabarettisti, non dobbiamo cercare il consenso o gli applausi o la gratificazione. Dobbiamo essere certi di aver seminato bene e sul terreno giusto...

...che spesso negli uffici, negli ambulatori, nelle aule c'è una luce artificiale che impedisce di guardarsi negli occhi nel modo più puro possibile: e se invece lo si riesce a fare non si può non vedere che quelli, quella sera e ancora oggi, erano e sono occhi che ci credono.

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