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Saperi Ladri di bambini L'altra faccia della luna
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Martedì, 17 Maggio 2011 00:46

L'altra faccia della luna

Scritto da  Mario Abrate
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strega2di Mario Abrate

Ieri mi sono trovato per la seconda volta in pochi giorni ad essere utente di un servizio sociale.
Mi rendo conto che la cosa potrebbe preoccupare qualcuno ma tranquilli, non c'e' niente che non possa essere considerato come un momento normale della mia fase di ciclo vitale.

Ma visto che abbiamo questo spazio attraverso il quale poter comunicare con tanti colleghi, mi cimento ancora nella narrazione, sperando di stimolare, come la volta precedente, ulteriori riflessioni ed email.

A seguito di un contatto telefonico precedente, in cui spiego alla collega il fatto che anch'io sono un assistente sociale e che avevo bisogno di poter parlare con lei per chiarire alcuni cose e per avere informazioni rispetto ad un certo problema personale, considerando il fatto che fra me ed il servizio in questione vi sono circa 150 kilometri di distanza, chiedo se non fosse possibile fissare un appuntamento, in modo da evitare un viaggio a vuoto.

La collega che giustamente prende nota del fatto che siamo colleghi ma che non per questo adotta procedure differenti rispetto a qualsiasi altro utente, mi riferisce che il giorno tale c'e' il ricevimento pubblico e quindi concordiamo che ci saremo visti in quell'occasione.

Parto quindi da Torino e mi reco al servizio, sito all'interno di una palazzina del Comune. Mi trovo parecchio a disagio e decido di approfittare dell'occasione per riflettere sul significato dell'essere utenti, per calarmi, per una volta, nei panni di chi sta dall'altra parte e di pensare bene a quello che sta accadendo.

Mi trovo davanti all'entrata del comune e la prima cosa che mi viene in mente e' di cercare di capire dove possa essere l'ufficio del servizio sociale. Non vedo alcuna indicazione ma, sul vetro dell'entrata, vi sono alcune voci fra le quali non c'e quella "servizi sociali".
Trovo la scritta "Igiene e Sanità" e intuisco che forse quello poteva essere la voce che più si avvicinava a quella che stavo cercando. Primo piano, salgo. L'ambiente e' piuttosto tipico di un servizio, pareti a pannello, foglietti di carta stampati col computer (stampante ad aghi, ach..), manifesti della Regione ecc. ecc.

Il primo cartello che vedo indicava, sopra ad una vistosa freccia rossa, "servizi per la famiglia, minori". OK, penso, siamo in un servizio sociale, peccato che non sia qui ad occuparmi di minori.
Mi giro un po' intorno e dopo poco vedo il foglietto giusto e, davanti alla porta, una panchina stile clinico con due persone che attendono. Chiedo: "Siete in coda?". Alla risposta affermativa mi siedo anch'io ed attendo. Una parte del corridoio e' chiusa in quanto ci sono dei lavorio di ristrutturazione in corso, c'e' molto via vai essendo la panchina in uno spazio di passaggio, più in là ci sono le code di chi allo sportello chiede altri tipi di servizi.

Sono molto teso e rifletto sull'essere utente e penso, ovviamente, ai miei utenti che attendono che io mi liberi per fare il colloquio con me. Mi rendo conto di come un assistente sociale abbia, ai loro occhi, un potere veramente enorme e del significato che ha portare un problema che fa stare male ed essere in attesa di qualcuno che può aiutarti, che può darti una speranza oppure gettarti nella disperazione più completa.

Ed infatti sto parecchio male tanto che associo quella situazione all'anticamera del dentista, quando pensi "Speriamo che non trapani, speriamo che faccia presto". Ho un attimo di ilarità quando, proprio mentre facevo questa riflessione, il rumore di un trapano sale dai "lavori in corso".

Il tempo passa e continuo ad attendere in compagnia di altre due persone, una piuttosto anziana e l'altra piuttosto giovane. La mia paura fondamentale e' quella di trovarmi di fronte ad una persona incapace di capire il mio stato, una persona fredda, burocratica, insomma il tipico stereotipo negativo dell'AS. Che mi dica "non c'e' niente da fare" e mi lasci quindi da solo con il mio problema (per tornare al concetto di "assistenza"). Penso anche che se io, che più o meno conosco l'ambiente e so quello che mi aspetta sono così teso, chissà uno che viene qui per la prima volta in che stato di agitazione può trovarsi.

La cosa mi e' confermata un attimo dopo. Un'impiegata amministrativa (così si autodefinisce) che probabilmente conosceva la persona più anziana che attendeva seduta al mio fianco, le si avvicina e le dice qualcosa del tipo "La vedo agitata, stia tranquilla! Qui dentro ci sono due assistenti sociali, una più gentile, l'altra ha un carattere un po' più così.". Aahhch!!! Mi vedo già con un Bosch con una punta del 10 trapanarmi un molare a nervo scoperto. E se mi becco quella caratteriale?? Poi mi chiedo, ma e' quello il messaggio giusto da dare ad un utente che sta aspettando, per di più anziana e già visibilmente agitata? E a me che le sono seduto accanto?
Sono sempre più agitato. Dopo qualche istante l'impiegata invita la signora a calmarsi: "Stia tranquilla signora, se lei e' qui perché ha un problema questo e' il posto giusto, perché qui ci sono delle persone che si occupano dei problemi delle persone". La ringrazio, fra me e me, del messaggio e ci tranquillizziamo un po' tutti.

Le due persone che stavano prima di me entrano ad una ad una nell'ufficio e mi ritrovo, dopo circa 45 minuti, ad essere io l'utente che entra.
L'ufficio dell'assistente sociale e' piuttosto piccolo ma tutto sommato accogliente, mi siedo e mi rendo conto di manifestare alla collega un certo imbarazzo. Mi tranquillizza e cominciamo a parlare del "caso". Le tipiche piante verdi da assistente sociale le fanno da contorno. Ne esco dopo una mezz'oretta, ho avuto i chiarimenti che mi attendevo, la collega e' stata gentile con me e mi ha fornito alcune direttive che da quel momento in avanti, potrò seguire. Esco sicuramente sollevato ma con il cervello in piena attività.

E penso che così come si fa tirocinio dalla parte dell'operatore, sarebbe estremamente utile che gli allievi di servizio sociale facessero anche, almeno una volta nella loro vita, un'esperienza come utente, per capire come si vedono le cose dall'altra parte. Riflettete, colleghe dei DUSS all'ascolto, perché un'esperienza di questo tipo e' veramente molto formativa.
Ricordo di come, all'epoca in cui ero io studente, mi interrogassi sul potere dell'assistente sociale, un potere relazionale e di ruolo molto forte e, spesso, almeno nella mia esperienza formativa di quell'epoca, del tutto non riconosciuto.

Ho pensato a come sia fondamentale la fase di joining, l'accoglienza, il mettere fin da subito le persone nel migliore stato d'animo possibile, di come sia importante fornire, fin dall'entrata nel portone, indicazioni chiare e sicure, di come sia importante trovare volti sorridenti e persone disponibile ad ascoltarti. E, non me ne vogliate amici con cui dibattiamo in questi giorni, di come sia importante mantenere vivo il concetto di relazione di aiuto e, perché no, di assistenza, pur con i paletti di cui tante volte abbiamo parlato nel nostro forum.

Letto 2393 volte Ultima modifica il Mercoledì, 18 Maggio 2011 09:41

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