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Saperi Ladri di bambini Il Mito della Superdonna
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Martedì, 30 Novembre 1999 01:00

Il Mito della Superdonna

Scritto da  Domenico Pennizzotto
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di Domenico Pennizzotto

strega2Da grande, pensava Edith, avrebbe fatto la donna d'affari. Come l'affascinavano quelle signore sui quarant' anni, magre, affilate , vestite sempre in modo elegante ma un po' aggressivo, dal collo lungo e sottile. E con la borsa di pelle portadocumenti in una mano e la borsetta con gli effetti personali a tracolla. Magari le vedeva salire su un'auto a noleggio con conducente e questo aumentava in lei il mito della superdonna.

Ogni volta che rientrava in casa, però, doveva fare i conti con sua madre Berenice, donna goffa e disordinata. Con una madre così si impara presto a rifarsi il letto, a lavarsi la roba, a stirare, a curare la propria igiene. In effetti Berenice non faceva niente di tutto questo, anzi faceva tutto nel senso che iniziava le cose e fatalmente non le concludeva. Troppe cose per una casalinga , diceva sempre, almeno tuo padre va a lavorare fuori e lì si deve occupare di una cosa circoscritta e ha un orario definito. Noi casalinghe non abbiamo orari, e dobbiamo lavorare in mille direzioni. "Dobbiamo sempre mantenere alto il livello di presentabilità degli altri" diceva la madre alla figlia. "La casa pulita, se viene qualche ospite; la camicia stirata, se il papà incontra qualche persona importante; i grembiuli puliti, per la bimba che va scuola. Sennò gli assistenti sociali intervengono, lo hanno detto loro."

Si lamentava sempre che non aveva tempo, e che di questo passo bisognava andare a mangiare al ristorante. Così Edith cresceva, fra i pavimenti appiccicosi, l'unto della tavola che si mescolava con quello dei capelli della madre e sognava, sognava. A scuola però i sogni si infrangevano con le maestre che già una volta avevano segnalato la sua situazione al Servizio Sociale Minori della AUSL.

Aveva avuto paura, la prima volta, quando li vide. Avevano già incontrato la madre, e ciò che lei percepì da quell'incontro fu che "la bimba è molto intelligente, con un quoziente superiore alla media, ma che non riesce ad esprimere dato il basso grado di affidabilità della madre per scarse capacità gestionali."

Così li vide. Faceva la quinta elementare, ormai stava per compiere 11 anni. Se lo ricordava bene quel giorno. Erano in due, uno psicologo di nome Leone e un' assistente sociale chiamata Luisa. Li incontrò in un'aula della scuola che frequentava.

Passata la paura li trovò interessanti, e stranamente capiva bene quello che loro cercavano di comunicare. Perché era la stessa cosa che voleva lei: affermarsi. La propria personalità, il proprio mondo, la sua sensibilità: tutto di sé. Paradossalmente da potenziali nemici li scoprì che stavano dalla sua parte, e se pensava alla superdonna che voleva diventare in effetti la assistente sociale vi somigliava, mentre in fondo Leone le appariva come un buon padre di famiglia e se lo immaginava così un buon marito.

Durante un' equipe, i due si dissero che occorreva tenere d'occhio la madre più che la bambina, forse troppo matura per i suoi dieci anni, ma d' altra parte non poteva essere altrimenti. Gli incontri successivi con Berenice scorsero tranquilli, perché esisteva collaborazione fra tutti gli attori di quel gruppo. Il babbo quando poteva staccarsi dal lavoro e dalla terra, partecipava anche lui, e ai "tecnici" venne fuori chiaramente che a parte le difficoltà gestionali del menage quotidiano, Berenice trasmetteva un buon livello affettivo alla figlia, così come il padre. Ne usciva un quadro familiare con qualche difficoltà strutturale ma di fondo affettivamente sano. Il setting durò poco più di un anno, senza troppa pena per nessuno.

Edith pensava che di fatto la sua condizione non era cambiata di nulla, dopo quel ciclo, giacché comunque doveva continuare ad arrangiarsi. Ma le andava bene così, forse perché si sentiva amata dalla madre anche se non si occupava di lei come facevano gli altri genitori con i loro figli, le avevano detto una volta sia Luisa che Leone.

Se avesse avuto un'altra figlia, Berenice avrebbe fatto lo stesso. La tua mamma non ha niente contro di te, Edith.

Si era affezionata ad una parola, che riutilizzava come slogan nei momenti più duri: "cura la tua autodeterminazione, Edith. Se non ci riesci da sola fatti aiutare, vieni pure a trovarci quando ne senti il bisogno. Noi dall'esterno continueremo a chiedere notizie di te".

Era troppo intelligente per non capire questo.

Certo che soffriva. Questo né Luisa né Leone le avevano mai negato. Quando andava a casa dalle sue amichette questa sofferenza veniva fuori bene: il confronto è duro. Casa contro casa, cameretta contro cameretta, giochi contro giochi, vestiti contro vestiti. E il rientro a casa era faticoso, mitigato solo dallo sguardo della madre, sempre pieno e intenso. Ogni tanto le capitava di recarsi al poliambulatorio, a chiedere di Luisa e Leone. Si confidava con quei due adulti come non faceva con altri. Anzi no, con il papà spesso si lasciava andare. E chiedeva, alla fine del pianto, voglio un profumo come quello delle mie amiche. Il babbo la stringeva e le prometteva che lo avrebbe comprato, cosa che puntualmente faceva, ma lei si chiedeva perché mai non fosse la mamma a occuparsi di questi aspetti.

Gli incontri con Leone e Luisa finirono così per aumentare in lei il desiderio di diventare una superdonna, consentendole di riprendere a sognare.

"Taxi, Taxi" gridava Edith sotto la pioggia , con i piedi bagnati e l'acqua che colava giù per la schiena. Un acquazzone estivo l'aveva sorpresa in pieno centro storico, senza ombrello nè mantellina, e non le aveva risparmiato nulla. Tutte le carte che trasportava, preziose, nella sua borsa di pelle risultavano un pochino malconcie e le appariva ovvio che non poteva presentarsi così dall' avvocato Prisco, uno dei suoi clienti.

Edith sollecitò il taxista a dirigersi verso la prima collina, mentre nel frattempo chiamava col telefonino il suo studio. Il suo fare era caratterizzato da una modalità decisamente affascinante, lo si poteva notare da come il povero taxista sbirciava nella scollatura. Edith se ne accorse e si spostò quel tanto che basta, certi voyeurismi proprio non li sopportava, ma non era solo questo che colpì il conducente, bensì la dolce ma netta imperiosità con cui lei comunicava.

Era come se trasmettesse, nel chiedere al suo segretario di riprodurre i documenti bagnati, che la sua personalità è quella e basta, bella o brutta, simpatica o meno, ma è quella. E non un'altra.

Dalla borsetta con i suoi effetti, che portava a tracolla, estrasse una banconota da diecimila e con la sua solita "cortesia" chiese al taxista di attenderla che ci avrebbe messo un attimo. Salì con l'ascensore all'ultimo piano e con un certo gusto entrò nel suo attico, un po' vacillando. Si spogliava nervosamente, si stava facendo tardi, e mentre guardava dalla vetrata della camera da letto il verde delle colline bolognesi, cercava di decidere cosa indossare.

Abitare un attimo dal centro, ma in collina, nel verde, che privilegio, pensava. Intanto entrò nella cabina armadio, passò in rassegna le decine di vestiti che possedeva, finché ne scelse uno con il decolté, intero, molto armonioso. Si cambiò le calze, le scarpe, tutto rigorosamente abbinato, e infine ripassò il trucco. Poteva anche tranquillizzarsi, in effetti, il suo segretario aveva già avvertito Prisco del ritardo, e comunque esisteva un rapporto di fiducia fra lei e questi, così come con gli altri clienti. No, non la si poteva considerare un tipo dotato di poca correttezza.

Prima di uscire si diede un' ultima controllata davanti allo specchio, soffermandosi sul collo lungo e sottile. Aveva un seno notevole, magra e affilata: si giudicava una bella donna di 47 anni. Nel percorso fra casa e lo studio cercò di fare mente locale sui contenuti dell'incontro con l'avvocato, ora che lo poteva fare: come amava prepararsi a questi appuntamenti!

"Tenga dottoressa, ho fatto come mi ha detto. Dovrebbe essere tutto a posto" disse il segretario attraverso il finestrino del taxi. Edith prese il plico, gli restituì quello malconcio e finalmente di corsa dall'avvocato.

Al semaforo del viale di circonvallazione si avvicinò una donna lavavetri, che indossava un vestito largo con un grembiule da cucina legato in vita. Il fazzoletto in testa non copriva del tutto i capelli, sporchi e unti. Non poté resistere ai ricordi, che a volte fanno male peggio di una scopata controvoglia.

Ripensò per qualche istante alla sua infanzia, a sua madre. All' Università, alla fatica che aveva fatto per laurearsi in fretta e con il massimo dei voti, al babbo così dolce, morto sotto una mietitrebbia e alla mamma in casa di riposo al paese.

Il taxi riprese la sua corsa, ma ciò non la distrasse dai pensieri vorticosi. Le vennero in mente la tavola unta, i capelli della mamma, i letti da rifare: ma quanto si era divertita da bambina nella casa di campagna con la mamma e il papà. A salire e scendere dal trattore, a sporcarsi nelle pozzanghere, a rotolarsi nell'erba, ad innaffiare le piante, a far finta di tagliare il prato. Le sue feste di compleanno, con le amichette che chiedevano ai genitori per una volta di essere vestite male, perché da Edith ci si divertiva non con le bambole ma con il fango. Le corse, il nascondino, le capriole!

Ricordò anche gli incontri con quell'assistente sociale e lo psicologo, che di fatto rinforzarono in lei la convinzione che ce la poteva fare.

Ma a fare cosa? Ad avere una vita pulita, ordinata, liscia?

La sua mamma, donna a metà fra lo zingaresco e il normale. Il babbo, innamorato a tal punto da accettarla così come lei era. Guardò sé stessa, la sua vita attuale, ricca e senza alcun spartito sul leggio, come fosse senza musica.

Iniziò a piangere sommessamente, al pensiero che non aveva marito né figli, mai gliene era importato. Pensò che forse si era totalmente allontanata dalla sua condizione di origine, imponendosi di diventare una superdonna per assolvere il mito. A tal punto da non avere bisogno di nessuno, cosa in cui aveva sempre creduto. Qualcosa, però, si era interrotto.

Si domandò, mentre saliva le scale dell'avvocato Prisco, se dipendere da qualcuno non sia un valore, in realtà, se questo qualcuno ti ama. Ma a chi poterlo chiedere? Ai suoi "amici" dell'alta finanza?

Si fermò nella sala d'attesa, con il telefonino chiamò il suo segretario: "per favore puoi telefonare al poliambulatorio del Distretto 5 e chiedere se sono rintracciabili un' assistente sociale di nome Luisa e uno psicologo che si chiama Leone?"

E' così che ho incontrato Edith, al poliambulatorio, dopo aver preso il posto di Luisa.

Mentre la ascoltavo pensavo che le storie della gente sono così piene, diverse, ricche che non ne posso fare più a meno.

Domenico Pennizzotto

Letto 2445 volte Ultima modifica il Martedì, 19 Luglio 2011 18:15

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