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Saperi Ladri di bambini My nigerian sisters: ragazze di strada incontrate in ufficio
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Venerdì, 17 Novembre 2017 21:39

My nigerian sisters: ragazze di strada incontrate in ufficio

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di Vittorio Zanon

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Non sempre i racconti possono rispettare dei copioni lineari o seguire un filo logico, mantenere una coerenza temporanea, garantire un unico stile linguistico... a volte infatti assumono l'aspetto di sogni, altre volte sono i sogni che prendono vita diventando narrazione...
– “Come sta tua figlia?”
– “Salutami tua moglie!”
Queste semplici espressioni che spesso sono usate come saluto tra amici e conoscenti, se ti vengono rivolte nel luogo di lavoro, lasciano pensare che ci sia un buon rapporto di conoscenza e di confidenza con qualche collega... È ben difficile ed insolito, piuttosto, immaginare che queste frasi dirette all'assistente sociale possano provenire da persone che accedono al servizio... Eppure a volte capita, per quanto non significhi che queste persone abbiano conosciuto direttamente i tuoi familiari né che si sia instaurato con loro un rapporto che vada oltre la significativa relazione d'aiuto.
Mi sorprendevo – e mi scoprivo anche un po' a disagio, all'inizio – nel sentirmi salutare in questo modo da alcune donne nigeriane da me seguite per lavoro.
Le persone che accedono ai servizi sociali vengono solitamente chiamate “utenti”... oppure “pazienti” in caso si sia all'interno di un servizio sanitario o sociosanitario, o infine “clienti” in caso di servizi privati o aziendalistici, per evidenziare un atto di libero accesso da parte delle persone quale azione indipendente ed autonoma all'interno di un panorama di servizi disponibili. Personalmente preferisco sempre pensare alle persone come cittadini con propri diritti e doveri, che si trovano in una fase della propria vita di particolare difficoltà o bisogno, e per questo accedono ad un servizio sociale per avere un aiuto professionale che possa aiutarle nella costruzione di un cambiamento positivo. Un lento processo di affiancamento in una fase della propria vita.
Ad ogni modo per l'assistente sociale le persone che si incontrano sono generalmente estranei con cui si instaura una relazione di fiducia, ma una relazione che deve essere basata sul rispetto reciproco e dei precisi confini relativamente alla propria sfera privata. In effetti, quindi, potrebbe risultare imbarazzante sentirsi invadere così nella propria vita personale, specialmente avendo una certa impostazione nella propria formazione professionale. Ripensando al setting ed alla “distanza” che devono essere mantenuti tra il professionista e l'utente (così come si è studiata nel prepararsi ad una professione d'aiuto), risulta inaccettabile che vi sia un tale superamento dei confini con una invadenza così “forte” della propria vita privata. In fin dei conti, non si capisce in base a quale motivo alcune persone che accedono al servizio si prendano la “libertà” di entrare con tanta schiettezza nella vita personale di quel professionista che, in quel momento, altro non è che uno strumento che l'organizzazione utilizza per determinati interventi di aiuto o sostegno. Tale confidenza sembrerebbe fuori luogo o quantomeno inopportuna...
Malgrado ciò, lavorando ormai da alcuni anni con donne vittime di tratta sfruttate nella prostituzione, devo riconoscere di avere cambiato un po' il mio punto di vista, ed addirittura trovo che tali atteggiamenti di confidenza vadano in qualche modo a riconoscere significato e valore al mio ruolo di aiuto nella relazione con la donna che, in realtà, poco sa di mia figlia o di mia moglie. E probabilmente non credo nemmeno le interessi davvero così tanto come stiano i miei familiari; tuttavia, esplicitando la sua attenzione per le “mie” donne, dimostra il rispetto nei miei confronti, facendomi anche capire che divento importante per lei non solo per ciò che faccio con il mio lavoro, ma anche per ciò che sono come persona, con una propria storia e vita sociale e familiare. Così facendo, in qualche modo, mi riporta maggiormente in sintonia e vicinanza con lei: ci consentiamo, reciprocamente, di prenderci cura l'una dell'altro... di dirci l'un l'altra che non ci siamo indifferenti. Non è facile raccontarlo a parole e può essere anche più difficile da capire, ma una donna che debba entrare in una confidenza ed intimità tale prima che con un assistente sociale (figura professionale spesso non conosciuta rispetto a ruolo e competenze, tanto più per persone straniere con lontanissimi modelli culturali di riferimento) con un uomo bianco (perché prima di tutto vede questo in me, un uomo bianco e colonialista, forse uguale o comunque molto simile a tanti altri dai quali fino ad ora è stata usata fisicamente), che insiste per creare un rapporto di fiducia ed allo stesso tempo le chiede di raccontare aspetti così dolorosi e profondi, deve davvero arrivare a cambiare il proprio modo di relazionarsi con chi è così distante ed “altro” da sé.
D'altra parte, rapportarsi al mondo della prostituzione mica è sempre facile nemmeno per me, ingenuo trentenne, proveniente da una classica famiglia cattolica benpensante, con sani principi morali, cresciuto peraltro in una città, Venezia, dove inevitabilmente non ho nemmeno avuto l'esperienza del classico "puttan tour", forse vissuto da altri giovani uomini quale primo approccio di iniziazione sessuale. Mi porto inesorabilmente una serie di cliché e preconcetti dai quali non sempre mi riesco ad allontanare pienamente, mentre in tali riflessioni mi sento diverso e differente da molti altri uomini, pensando inevitabilmente a certi studi sulla prostituzione, secondo i quali in Italia un uomo su tre va a puttane. E allora, provo a contare: “Tu no, lui no... io sì”.
Ed invece eccomi qui, ora, ad incontrarle, una alla volta, queste giovani donne, più o meno mie coetanee...
E penso che la prima volta che ho avuto modo di incrociarne volti e sguardi è stato nei miei pendolarismi in treno quando, socchiudendo gli occhi, mi incantavo ad ascoltare alcuni soffusi canti malinconici, confusi con una nenia, una dolce ninnananna dai sapori di una Terra troppo lontana, evocata per ritrovare quella sicurezza che dà solo una Madre... ancora e sempre in viaggio, dopo avere attraversato foreste, deserto, montagne e mare, tutti troppo amari perché impregnati di dolore, morte e violenza...
Eccole oggi, le pendolari del sesso, costrette a spostarsi di poche decine di chilometri per consumare brevi e insicuri rapporti con uomini che, anch'essi pendolari del sesso, concluderanno sbrigativamente in uno squallido angolo buio di periferia.
Fallo sicuro, amico. Proteggi la donna che ti aspetta a casa: proteggiti e fallo sicuro. Ama davvero per qualche secondo la donna di cui stai comprando il corpo: se sei un vero uomo proteggila e mettiti il guanto. Fallo sempre sicuro. Pensa a tua madre, ai tuoi figli, a tua sorella... e fallo sicuro, fratello. Pagare qualche euro in più ora, per l'illusione di godere un po' di più, rischia di fartela pagare per tutta la vita. Pensaci bene.
E ricorda di farlo sicuro.
In strada, per lo più, sono apparentemente forti, decise, imponenti e sicure di sé... è un modo, immagino, per tentare di sopravvivere al dolore e alla notte, oltre e di più che al freddo, alle botte, alla violenza e agli insulti, di chi le sfrutta e di chi le compra... per non parlare della sofferenza e di alcuni traumi dovuti al viaggio, alle condizioni di vita ed al peso della responsabilità della comunità familiare che si portano appresso...
Incontrarle in un ufficio pubblico non è la stessa cosa. E il tema del sesso, di per sé, è uno degli argomenti del colloquio che spesso le imbarazza di meno o pone meno ostacoli alla relazione d'aiuto, perché il nodo centrale è piuttosto capire se ci si può fidare davvero dell'assistente sociale, dell'ufficio e del servizio che rappresenta, di questa donna che è “nigeriana come me” e che dice di essere una “mediatrice culturale”, ma che non capisco proprio perché lavori con questi bianchi...
I loro nomi sono nomi (che siano quelli veri, o quelli usati in strada) proiettano in un futuro pieno di vita: Hope, Blessing, Patience, Stella, Joy, Happy, Success... e ancora Margareth, Princess, Rose, Linda, Vivian, Loveth, Victoria, Gift, Betty... me li ripeto: Speranza, Benedizione, Dono, Gioia, Successo, Principessa, Pazienza, Felicità...
A ciascun volto andrebbe poi abbinato il nome tradizionale, che accompagna e spesso fonda la personalità ed identità di ogni donna, dandole la forza che deriva dall'appartenenza ad una comunità di riferimento... la linfa vitale che sale dalle radici lungo il tronco e raggiunge ogni singolo ramo...
Quando ci incontriamo, io non sono l'assistente sociale e lei non è la vittima di tratta... o meglio io non sono solo e principalmente l'assistente sociale, lei non è di sicuro la prostituta. Siamo due persone, entrambe con competenze ed esperienze diverse, che percorrono assieme un pezzo di strada, più o meno lungo... a margine di ciò c'è spesso il juju, o vudù come lo chiamiamo più comunemente noi italiani. Argomento per nulla facile da trattare e a volte persino nominare, ma di cui si deve essere consapevoli e mai semplificare o liquidare come usanza tribale o tradizione culturale superata... quando si vedono gli effetti di tali pressioni nelle vite di alcune donne, si capisce come anche una differenza concettuale non possa e non debba essere banalizzata o trattata con uperficialità, per quanto non si posseggano spesso tutti gli strumenti per poterne fare una corretta analisi né arrischiarsi nell'esprimere giudizi...
Insomma, non è mai facile o scontato lavorare con persone straniere, e così come mi è capitato di sentirmi appellare come razzista, perché avrei in qualche modo favorito di più un africano piuttosto che un rumeno, o perché – al contrario – accusato di essere più attento con i bianchi che con i neri, mi è capitato viceversa anche di essere “adottato” da qualche ragazza come fratello maggiore: una forma di rispetto e di vicinanza che supera alcune differenze culturali che ci separano e mi dà contezza dell'efficacia di una reciproca relazione instaurata... e potrei continuare raccontando di come, tra le mie figlie, ci sia anche da alcuni anni una radiosa donna africana, di qualche anno più grande di me, che nel tempo ha superato gli sfregi di una dolorosa vicenda, riuscendo persino a generare nuova vita, speranza per il nostro futuro comune.
Ma questa, forse, è un'altra storia...

Racconto tratto dall'ebook Anche i maschi nel loro piccolo... a cura di Flavia Marzano ed Emma Pietrafesa edito da Wister-SGI e distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia

Letto 390 volte Ultima modifica il Domenica, 19 Novembre 2017 22:13

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