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Saperi Le nostre "teche" Articoli e contributi Il Servizio Sociale in un SerT: una storia, un intervento, una supervisione
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Sabato, 11 Febbraio 2012 23:39

Il Servizio Sociale in un SerT: una storia, un intervento, una supervisione

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Queste note sono state scritte "allora" e rivisitate a distanza di anni perchè, forse, non erano mai state dimenticate nè dall'assistente sociale, Linda Formato, nè dal supervisore Ombretta Okely. E' stata la gran cura di Linda a conservare nel tempo appunti e un resoconto completo... mentre è stato, oggi, il piacere condiviso, ancora una volta, di ripensare al senso di un intervento difficile e possibile.

Il testo è scritto in parte da Linda Formato, in parte da Ombretta Okely, mentre in comune c'è la revisione editoriale.

Questo è un "caso" che non scorderò facilmente. Devo ringraziare questa vicenda perché ho imparato molto sull’azione professionale dell’assistente sociale, sul lavoro di rete possibile con i servizi territoriali, sulla riflessione e gli approcci relazionali più idonei da adottare. Anche la supervisione è stata uno strumento indispensabile, un aiuto a fermarmi e rallentare, a riflettere su azioni, comportamenti, reazioni. Il lavoro al caso è stato realizzato nel periodo compreso dal 1994 al 1999, e accompagnato dalla supervisione in alcune fasi; a distanza di molti anni sono anche arrivate nuove notizie indirette sulla vicenda di Giordano.

I primi contatti tra Giordano e il Sert.

La prima segnalazione che ricevo al SerT, da parte dell’èquipe interna alla Casa Circondariale che si occupa dei tossicodipendenti, è del febbraio 1992 e informa che Giordano, abitante nel territorio di competenza, è detenuto. Nei giorni successivi scrive Giordano stesso, per comunicare che è detenuto da alcuni mesi e di essere stato condannato ad un anno di reclusione. Chiede un interessamento alla propria situazione e si dichiara deciso ad “uscire dal giro”. Alcuni giorni dopo gli scrivo comunicandogli che, sulla base di disposizioni del Responsabile del servizio, il SerT può intervenire all’interno della struttura penitenziaria solo per gli utenti già in carico al momento dell’arresto. Gli consiglio di porsi in contatto con il Servizio Sociale del Ministero di Grazia e Giustizia.

Questo primo approccio di Giordano con il servizio è senza esito, Giordano viene "respinto", o questa è la sensazione che anni dopo dirà di avere provato.

Fin dall'inizio, una domanda complessa, apparentemente funzionale a "uscire dal giro" ma forse orientata anche a trovare riferimenti e aiuti "altrove", in uno spazio diverso dal carcere. Forse un SOS che cerca sostegno e controllo.

Di lui non si saprà nulla sino al novembre 1994 quando viene nuovamente incarcerato e questa volta scrive una lettera “arrabbiata” al SerT : “con grande delusione ho appreso che lei non è sensibile al mio stato di tossicodipendenza e per questo il servizio al quale devo obbligatoriamente rivolgermi è quello nel quale lei presta la sua opera (…). Intendo chiederle di approfondire la mia conoscenza, cosa che professionalmente è obbligatorio al fine di esprimere un giudizio e di concordare un programma terapeutico..”. Giordano con questa lettera mi richiama con forza al mio compito istituzionale e stabilisce lui il setting tant’è che decido di andarlo a conoscerlo in carcere e di chiedere alla collega dell’èquipe interna di presenziare al colloquio. Da lei apprendo che Giordano non ha mai presentato “domandina” per un colloquio e nel corso di un incontro di gruppo di presentazione dell’èquipe carcere, lui ha aggredito verbalmente le operatrici.

Di grande rilievo la modalità nuova di presentarsi e "pretendere" di Giordano...con il richiamo forte ai doveri d'intervento del servizio territoriale…quasi una ricerca di diritti e spazi.

Incontrarsi e conoscersi...

Immagino Giordano come una persona aggressiva e poco disponibile. In realtà quando lo vedo la prima volta mi appare diverso: è un ragazzo giovane di 23 anni e indossa un giaccone di colori vivaci. Sorride ed è allegro. Ha con sé un walkman.

In questo primo colloquio Giordano chiede di poter seguire un programma alternativo al carcere ed aggiunge che non vuole entrare in comunità. Dice di esserci già stato molte volte. Affronto i suoi sentimenti relativi al non essersi sentito preso in considerazione, accolto con la sua domanda, gli parlo della sua lettera “arrabbiata” e lui spiega di essersi sentito scaricato. Concordiamo dei colloqui conoscitivi per definire un eventuale programma.

Nel corso dei colloqui successivi, Giordano racconta la sua storia che è caratterizzata da una sequenza di istituti, assistenti sociali, carcerazioni. Già da questi elementi si deduce che la vita di Giordano è stata caratterizzata da continui cambiamenti e instabilità (gli istituti che periodicamente si ripresentano) e da coazione (le carcerazioni). La famiglia di origine è stata seguita per molti anni dal servizio materno infantile del Comune e Giordano elenca tutte le assistenti sociali che ha conosciuto però dice che gli Istituti che lo hanno accolto lo hanno tutelato...

Di nuovo, un intreccio tra sostegno e controllo contemporaneamente richiesti e sperimentati nel corso di vicende personali e familiari ma anche nel percorso di anni con operatori e servizi ...dentro e fuori dalla famiglia, dalle diverse comunità, dai diversi servizi ed operatori.

Nella vita di Giordano si intrecciano infatti, in modo vorticoso e drammatico, vicende personali e familiari. Patologia e devianza dell’intero sistema familiare sono un tutt’uno, ed è difficile trovare un punto da cui partire per trovare delle soluzioni, seppur minime, a problemi senza fine. Non appena si riescono a trovare delle piccole soluzioni accade qualcosa che distrugge tutto, come uno tsunami .

I genitori di Giordano sono campani; il padre è nato nel 1949 ed è al momento detenuto. La madre nata nel 1954 si trova agli arresti domiciliari. La coppia genitoriale è separata in seguito ad una relazione extra coniugale del padre di Giordano.

Giordano è il primo di cinque fratelli; la secondogenita convive ed ha due figli, il terzogenito è seguito dal SerT, il quartogenito svolge un’attività lavorativa e non ha pendenze penali, la quintogenita è stata affidata ad una famiglia affidataria.

Giordano ha conseguito le scuole medie mentre era in una comunità, poi ha frequentato, concludendolo, un corso come operatore per macchine utensili.

Convive con una ragazza (Maria) sua coetanea che lavora in un negozio ed è l’unica persona che lo va a trovare in carcere.

Racconta di avere iniziato l’uso di droghe a 17 anni con eroina per via inalatoria, cocaina, marijuana ed haschisch. L’uso delle droghe diviene continuativo intorno ai 22 anni. Giordano non si considera un “tossicodipendente” ma uno “spacciatore”. Questa sembra una “dichiarazione di guerra” e forse vuole comunicare ai suoi interlocutori che proviene da una famiglia che ha un potere, ma forse è anche una sfida indirizzata al mondo, alla società, alle regole di altri.

Ha subìto una prima carcerazione nel 1991 per spaccio. Sconta sei mesi di carcere, nel 1992 viene nuovamente carcerato per lo stesso reato (sconta un anno e undici mesi di carcere), la terza nel 1993 per spaccio e detenzione di proiettili (sconta quindici mesi di carcere). Si ripropongono le sequenze: vari istituti, varie carcerazioni...un alternarsi di dentro e fuori tra famiglia, istituti, carcere.

Nel corso dei colloqui Giordano racconta la sua vita e quella della sua famiglia. Vissuti quelli di Giordano da cui traspare molto dolore. Il padre viene definito come un “mafioso” e parla degli sgarri che non possono restare impuniti per una questione d’onore. Parla della sua preoccupazione per la madre che si trova agli arresti domiciliari ed emerge che è molto protettivo e responsabile nei suoi confronti. Accenna a problematiche di dipendenza dall’uso di alcool della madre.

Inoltre emerge molta preoccupazione per il fratello che è in carico al SerT. Dopo alcuni colloqui emerge un quadro socio-ambientale complesso. Nel frattempo rilevo ulteriori informazioni dalle cartelle del Servizio Sociale del Comune. Già da questi elementi si deduce che l’intero sistema famigliare oltre che a presentare problemi di devianza è gravemente patologico, con problematiche legate all’uso di droghe e alcool.

E' come se Giordano da un lato fosse completamente immerso nella sua storia familiare fatta di legami difficili con il mondo e la società come insieme, dall'altro cercasse disperatamente di garantirsi legami e rapporti d'aiuto continuativi e adeguati.

Non emergono, sulla base di questi elementi, i presupposti per un programma territoriale realistico da parte del SERT e, tenuto conto che la carcerazione si concluderà dopo pochi mesi, comunico a Giordano che non ci sono gli elementi per proporre un programma alternativo al carcere. Si rattrista, ma aggiunge che apprezza la mia chiarezza: la decisione del servizio è stata motivata e basata su elementi di realtà, ed è forse una variabile "buona" del nostro percorso insieme.

Se un legame c'è, o ci potrebbe essere, si può ricevere anche un no motivato...

Con Giordano concordo dei colloqui mensili finalizzati ad organizzare il dopo carcere e strutturare un setting, una cornice che lo accompagni ad un programma di cura. Nel corso degli incontri parla dei suoi progetti lavorativi (“voglio trovare un lavoro regolare”), vorrebbe iscriversi a scuola. Dice che una volta scarcerato verrà al SerT ma chiede di potersi presentare in orario riservato quando non ci sono le persone che assumono il metadone, come se cercasse un legame "speciale" ma anche una differenziazione dagli utenti che frequentano il Servizio.

La richiesta sembra essere davvero sulla differenza, sul NON essere parte del mucchio ma in uno spazio tutto per sé.

La storia precedente, familiare e personale, rilevata dalle cartelle del servizio materno infantile.

La famiglia di Giordano, i genitori e cinque figli, prima del 1978 era già stata in assistenza dell’Amministrazione Provinciale perché il padre non svolgeva alcuna attività lavorativa, mentre la madre svolgeva lavori saltuari. Gli interventi erano poi stati interrotti per mancanza di miglioramenti.

Nel 1978 viene richiesto di nuovo un sussidio; in quel periodo il padre è in carcere per rapina, mentre i bambini presentano segni di trascuratezza.

Nel 1980 continua l’erogazione del sussidio; la madre, forse alcoolista, è in attesa del quinto figlio e il marito l’ha lasciata senza un soldo, l’abitazione si presenta sporca e in disordine. I figli sono collocati in istituto e presentano chiari segni di trascuratezza (enuresi, piangono, sembrano degli “zingarelli”)

Non si capisce, poi, se la coppia vive insieme o se sono separati, il marito spaccia e picchia la moglie. Viene rilevato che i bambini sono di normale intelligenza, fanno progressi scolastici e sembrano adattarsi all’istituto però, quando tornano a casa, regrediscono.

Nel 1981 la situazione peggiora; i coniugi litigano spesso ed i minori appaiono sempre più trascurati. Entrambi i coniugi utilizzano alcool. Giordano viene accompagnato in istituto perché abbandonato dalla madre, il padre è irreperibile.

Nel 1982 vengono arrestati entrambi i genitori per violazione della legge sulla droga.

La situazione familiare è da sempre precaria, confusa e "al limite"...è difficile orientarsi verso interventi possibili e realistici.

Nel 1983 il nucleo famigliare vive in una portineria del centro sfrattati, mentre attendono l’alloggio IACP. Giordano frequenta sempre più saltuariamente la scuola, presenta chiari segni di disagio, sregolatezza e rifiuto dell’autorità. Viene inserito in una ennesima comunità; gli educatori lo definiscono testardo e non sempre in grado di controllarsi.

Nel 1988 frequenta un corso di formazione professionale come tornitore; sembra quello tra i fratelli che ha affrontato in modo razionale la situazione famigliare e desideroso di terminare gli studi per trovare un lavoro.

Emerge il continuo e "seriale" andirivieni di Giordano tra luoghi e servizi, tra istituti e comunità (un fuori che è un dentro) e la situazione familiare (un dentro complesso e minaccioso…vischioso e difficile)

Giordano all'uscita dal carcere

Nel giorno fissato per il primo colloquio "fuori" (luglio 1995) presso il SerT, Giordano non si presenta. Vengo informata dal fratello che è andato in carcere a trovare i genitori. Nel frattempo la madre è stata carcerata perché la pendenza penale è divenuta definitiva.

Decido di inviargli una lettera in cui gli comunico la mia disponibilità a rivederci e di sentirsi libero di chiamarmi per fissare un appuntamento, quando sentirà l’esigenza.

Si ripresenta a distanza di due mesi in relazione all’arresto del fratello.

E' il secondo tempo "scritto" di questa vicenda: la prima volta era Giordano a sentirsi "respinto", ora è l'assistente sociale che viene messa in attesa.

Dice che mi ha cercato ma ero in ferie. Nel corso del colloquio dice che la madre si è arrabbiata con lui per l’arresto del fratello. Lui però non si sente in colpa. Dice di avere trovato un lavoretto.

Concordiamo di rivederci dopo una settimana. Nel corso dei colloqui Giordano presenta una serie di richieste: gli è pervenuta la convocazione per il servizio di leva e non sa come muoversi, e una convocazione in Tribunale per un vecchio reato.

Nel frattempo definiamo un percorso socio-riabilitativo e gli propongo l’inserimento ad un progetto formativo organizzato da una cooperativa del privato sociale. Esclude di fare uso di sostanze stupefacenti. L’ipotesi iniziale è quella di verificare se Giordano è in grado di mantenere una continuità progettuale sul territorio di appartenenza per escludere, eventualmente, un inserimento in comunità.

Nelle varie discussioni del caso in sede di èquipe, si ribadisce la gravità della situazione e la necessità di un progetto di inserimento in comunità.

Si era però tenuto conto che Giordano non aveva ancora acquisito la consapevolezza della sua problematica tossicomanica ed esistenziale, inoltre non si era ancora consolidata la relazione con il Servizio, fondamentale nel percorso di cura. Gli si è quindi proposto un percorso territoriale strutturato in:

  •  
    • frequenza al corso di formazione;
    • esami bisettimanali delle urine;
    • colloqui di verifica con gli operatori.

Giordano accoglie con entusiasmo la proposta, è intenzionato a trovare quanto prima un lavoro. Gli fisso un colloquio con il responsabile del progetto. Inizia a frequentare la “settimana di prova” del corso. E’ entusiasta, gli piace molto.

Qui appare il piacere e il desiderio di "appartenere" e di provare a cambiare: il legame con il servizio e l'Assistente sociale, pur ambivalente e altalenante, c'è.

Nei colloqui che seguono Giordano dice che dovrà quanto prima andarsene da casa perché il padre verrà scarcerato (febbraio 1996).

Chiede di preparare la domanda per l’assegnazione di un alloggio di emergenza del Comune. Pare che suo padre non sia d’accordo che lui cambi vita. Dice di volergli bene nonostante non si sia occupato della famiglia.

Emerge anche che Giordano è preoccupato perché il padre gli ha chiesto 1.000.000 di lire per pagare un avvocato. Non vuole commettere illeciti.

Emerge con forza, in questa fase del lavoro, il legame di Giordano con il padre e con le sue regole antisociali molto diverse da quelle previste dal programma socioriabilitativo.

Al colloquio fissato per i primi di dicembre non si presenta e fa chiamare dalla sua ragazza. Non sta bene (ha un ascesso) sarà lui a rifarsi sentire.

Prima delle festività natalizie contatto la cooperativa ed apprendo che Giordano non sta frequentando il corso di formazione. Sono preoccupata e decido di scrivergli (non ha un recapito telefonico), rammentandogli gli accordi e specificandogli che se entro la metà del mese di gennaio non si avranno più sue notizie verrà trasmessa al Giudice comunicazione di interruzione del programma. Telefona qualche giorno prima dell’appuntamento ed è la prima volta che chiama direttamente, probabilmente si è "permesso" di "esporsi" perché ormai conosce le regole mie e del SERT e, forse, perché si sente comunque accolto. Chiede quando ci possiamo vedere e gli fisso un appuntamento per il pomeriggio. Si presenta puntuale. Gli chiedo che cosa è successo e lui indirettamente comunica che per procurare i soldi al padre, ha commesso degli illeciti. Aggiunge di avere chiuso il rapporto con lui. Gli ha scritto una lettera comunicandogli che non andrà più a trovarlo. Gli rammento che pure lui deve fare delle scelte ma lui ribadisce che vuole proseguire il suo programma. Ha ripreso a frequentare il corso di formazione.

Sembra che Giordano, attraverso le lettere, stia cercando di "comunicare" non solo con il padre...e attesta anche che ha imparato qualcosa di nuovo e che si può riflettere oltre che agire.

Si presenta al colloquio del 15 gennaio 1996 accompagnato dalla sua ragazza e dice che sta usando eroina. Ha la testa bassa, non mi guarda mentre parla. Chiede una terapia farmacologica per la disintossicazione. Non vuole il metadone. Gli spiego che il medico prima di prescrivergli dei farmaci lo deve visitare. Il medico gli prescrive una terapia farmacologica che Giordano segue per alcuni giorni ma senza alcun effetto.

Qualche giorno dopo lo incontro nel corridoio del Servizio (ha un colloquio di verifica con il medico). Gli chiedo come sta; entra nel mio studio e dice che va male (è in astinenza). Gli dico di prendere in considerazione la terapia metadonica. Non parla e mi ascolta. Il giorno stesso, dopo la visita medica, inizia l’assunzione del metadone.

Di nuovo, Giordano ha imparato ad ascoltare...attraverso il rapporto d'aiuto comincia ad aiutarsi?

Nel febbraio 1996 il padre di Giordano viene scarcerato e di conseguenza lui si trasferisce in casa della sorella, che nel frattempo è in carcere. Continua a frequentare il corso di formazione.

Dopo la scarcerazione del padre, Giordano non si presenta regolarmente ai colloqui ed anche la frequenza al corso di formazione diminuisce. Le urine risultano costantemente positive all’uso di eroina.

Giordano è di nuovo e ancora in crisi e torna ad usare eroina che sembra fare da coperchio al suo disagio di vita.

Lo riconvoco per rifare l’ennesimo punto della situazione. E’ un colloquio difficile soprattutto per i sentimenti di rabbia che provo. Non riesco a capire quanto è mia la rabbia o quanto è di Giordano. Io non mi sento "brava" e abbastanza competente, e forse anche Giordano si sente sconfitto nel non riuscire a trovare una soluzione alla sua situazione. Gli rammento gli accordi relativi al suo programma. Nega di fare uso di eroina (mentre i riscontri delle urine dicono il contrario). Sicuramente Giordano si sente aggredito ed inizia a pormi domande sulla mia vita privata. Gli rispondo che le sue domande mi imbarazzano. Lui risponde che non era sua intenzione. In realtà Giordano si pone in una comunicazione simmetrica, di sfida, quasi a provocare una reazione forte anche da parte mia.

Da questo colloquio ho la conferma che non ha grandi capacità di riflessione, agisce in modo immediato ed impulsivo, con un’aggressività generata dal risentimento verso l’ambiente percepito come ostile e minaccioso, pericoloso.

Ad un certo punto cambia espressione ed ammette l’uso di eroina giustificandosi “è una questione psicologica”.

Chiede se al SerT c’è lo psicologo. “Quando ero in comunità parlavo con lo psicologo”.

In realtà, forse, teme che concluda il mio intervento, che in qualche modo lo abbandoni dato che non segue il programma concordato: ma alla fine dell'incontro, quasi come un bambino, chiede se ho delle caramelle.

In modo ambivalente e molto doloroso Giordano chiede vicinanza ma ne ha anche molta paura: la sequenza del colloquio attraversa emozioni forti da entrambe le parti e, forse, la delusione di entrambi gli interlocutori.

Per circa una ventina di giorni non lo vedo; il referente del corso di formazione comunica che ha ripreso a frequentare. Decido di riconvocarlo per dargli un segnale rassicurante e per dimostrargli che non sono arrabbiata e che possiamo proseguire il lavoro.

Una mattina compare al SERT il padre di Giordano e vengo informata dall’infermiere che è venuto a chiedere notizie del figlio. Nel pomeriggio vedo Giordano che dice che il padre è un “invadente” e non si sa spiegare perché è venuto. Il padre ha comunque scoperto che il figlio è in trattamento con il metadone e non si dà pace quasi a voler attestare e confermare che il potere sul figlio lo ha lui. Non accetta la tossicodipendenza del figlio che vive come una sconfitta, chi spaccia non diventa tossicodipendente.

Qui si rileva in tutta la sua forza il mito famigliare, che già era emerso in dichiarazioni precedenti di Giordano; il modello culturale e socioambientale è di fatto "invadente" e massicciamente presente in tutta la storia familiare. Azioni e scelte di Giordano sono profondamente connesse al tema del potere del padre, proprio, del SERT.

Prima delle festività pasquali Giordano riprende la richiesta della casa popolare.

Non ha ancora presentato la domanda. Riprendiamo la bozza della domanda e chiede una relazione da allegare. Concordiamo di vederci dopo Pasqua ma non si presenterà. Ha nuovamente interrotto il corso.

Dopo alcuni giorni ricompare il padre e chiede se mi può parlare. Dice che in realtà è venuto al SerT per sé. Chiede un aiuto perché da quando è uscito dal carcere usa eroina. Gli fisso un altro colloquio per la compilazione della cartella.

Il figlio, il padre...entrambi quasi in competizione tra loro, impegnati a trovare uno spazio...di cura? di potere? di cambiamento o di conservazione delle dinamiche familiari?

Giordano non si fa né vedere né sentire; forse si vergogna e fra l’altro ha nuovamente interrotto il corso. E’ ormai evidente che non riesce a seguire un programma sul territorio e che la comunità terapeutica appare come l’unico programma di cura che lo può proteggere dalla droga, ma anche dalle intrusioni famigliari. A differenza di altri casi, dove ho atteso che fosse il paziente stesso a ricontattarmi, con Giordano reputo terapeutico non lasciarlo solo, credo importante trasmettergli una comprensione e vicinanza. Infatti Giordano con i suoi agiti chiede che qualcuno lo plachi, lo fermi. Giorno per giorno si sta perdendo per strada, la sua storia è caratterizzata da frequenti frammentazioni. Giordano ha tentato di legarsi al SerT , ma non ce la fa.

Forse è proprio il legame con l'Assistente sociale e il SERT che gli consente di tentare il cambiamento...che resta difficile proprio per la lunga storia di fallimenti e discontinuità ambientale unita ai modelli comportamentali familiari.

Decido di fare un ultimo tentativo per comunicargli che così la situazione non può continuare. Gli scrivo una lettera dettagliata che gli verrà consegnata quando si presenterà per l’assunzione del metadone. Nella mattinata stessa in cui gli viene consegnata la lettera dice che si sta recando al corso di formazione. Gli comunico che prima di riprendere il corso, dovrà parlare con il referente del corso stesso. Non lo trova, mi richiama e chiede di parlarmi. Lo vedo il giorno stesso. Si presenta dopo mezz’ora dell’orario fissato, è agitato, si toglie il giaccone e si siede.

Gli dico che non so più cosa fare con lui: “…mi sembra di parlare con un bambino…”. Giordano sembra un cane bastonato. Timidamente chiede una ultima possibilità “…se fallisco non mi faccio più vedere…”. Chiede se può buttare via la lettera che ha ricevuto nella mattinata “...le cose brutte non mi piacciono…”. Lascio a lui la scelta. Giordano la strappa d’impeto poi chiede se ho la copia. In modo diretto gli dico che la comunità terapeutica pare l’unica soluzione. Capiamo le sue perplessità circa il percorso comunitario, anche perché ci è già stato tante volte, ma dopo vari tentativi il percorso di formazione (gli rammento delle troppe assenze) non ha più senso.

Nell’ottica di aiutarlo a fare un esame di realtà concordiamo un incontro con il referente del corso di formazione per ridefinire la situazione.

All’incontro presso la cooperativa si concorda con Giordano un’ultima possibilità. Il referente del corso gli fa sottoscrivere un contratto con gli impegni da rispettare. Giordano ribadisce che la causa delle sue ripetute interruzioni sono da attribuire al padre.

Entrambi in cura metadonica, entrambi vittime di sé stessi e della loro storia...alla ricerca di ...? legami meno distruttivi, contenimento sociale, riduzione del danno?

Nei giorni successivi Giordano passa a salutarmi ed in seguito vengo informata dal medico che ha chiesto di scalare il metadone per concluderlo. Anche il padre chiede di scalare la terapia che però poi decide di interrompere. Giordano, invece, interromperà definitivamente il corso di formazione. Vengo a sapere che anche il suo rapporto sentimentale con Maria si è interrotto e concluso.

Attendo a questo punto che sia Giordano a contattarmi.

Si perdono le sue tracce ed a distanza di alcuni mesi veniamo contattati dall’èquipe del carcere per avere informazioni in merito al suo percorso terapeutico. La carcerazione ha finalmente "fermato" Giordano, e pare che l’unica strada percorribile sia la "coazione", obbligarlo per il suo bene ad entrare in una comunità. Il Servizio gli propone un programma alternativo presso una comunità terapeutica (1998) che lui accetta senza replicare. Il percorso comunitario, nonostante iniziali perplessità del SerT ha avuto un esito regolare e positivo. Nel frattempo il padre muore per cirrosi. E’ difficile dirlo ma la sua morte è stata una liberazione per Giordano che dipendeva totalmente da lui. Al termine del percorso all’interno della comunità conosce una ragazza (anche lei con un passato tossico manico) e nasce una relazione che poi proseguirà anche conclusa la comunità. A distanza di un paio di anni muore anche la madre. Giordano sembra finalmente "libero" da una rete familiare gravemente ammalata.

Giordano concluderà il percorso in comunità ed anche i suoi rapporti con il Servizio.

Di lui abbiamo avuto notizie attraverso il fratello, che ha continuato a venire al Sert e ha riferito che Giordano si è stabilito definitivamente nella cittadina dove ha sede la comunità.

Riflettendo su questo caso a distanza di tanti anni mi sono resa conto di come il lavoro sociale richieda un grosso lavoro di riflessione sul proprio agire professionale. Il caso di Giordano è emblematico di come gli agiti del paziente influiscano sulle risposte che l’assistente si trova a fornire. La riflessione e la supervisione del caso diventano parte integrante del progetto terapeutico, come la disponibilità a mettersi in discussione su azioni ed emozioni che attraversano sempre situazioni di grave disagio e deprivazione sociale.

I "casi" difficili, come le "dinastie" familiari da sempre in assistenza, sono esperienza comune dei servizi sociali, e, come in questa storia, spesso sembrano privi di speranze e possibilità. Questa storia, invece, dice che qualcosa si può fare, soprattutto se si accompagna e comprende profondamente il senso complessivo di una vicenda personale e familiare, e se si accetta/sceglie di lavorare su obiettivi parziali e delimitati.

Letto 7714 volte Ultima modifica il Lunedì, 13 Febbraio 2012 08:50

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